Nome Pubblicazione
PROPOSITUM
Vol. 6 - No. 1 - Luglio

Periodo
Luglio

 


Anno
2002

Volume
6

 


Numero
1


PELLEGRINAGGIO "AI CUORI DEGLI ALTRI"

(Messaggio all'Assemblea Generale, Maggio 2001)

"per testimoniare la Sua presenza con la parola e con le opere" (Regola TOR 9, 29).


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EDITORIALE | "AI CUORI DEGLI ALTRI"

(Messaggio all'Assemblea Generale, Maggio 2001)

Ho letto con grande interesse la relazione dell'Assemblea Generale del IFC-TOR tenutasi in Assisi dal 19 Aprile al 4 Maggio 2001, e ne sono rimasta interiormente toccata. Ho approfondito i testi con intensa riflessione.

Una frase mi ha colpito soprattutto, la frase chiave del messaggio dell'Assemblea Generale indirizzata 'alle persone di buona volontà', e cioè: "Come il pellegrinaggio di Francesco, anche il nostro pellegrinaggio deve essere diretto verso il cuore degli altri".

Istintivamente ho pensato: Ecco! Ecco in che cosa consiste! Questa frase riassume il nostro modo di essere e, allo stesso tempo, determina la nostra missione.

Prima di prendere il bastone del pellegrinaggio e intraprendere il cammino verso il cuore degli altri, dobbiamo sostare davanti ai nostri cuori.

Dobbiamo cercare, per quanto ci è possible, "di servire, amare, riverire e adorare il Signore Dio con cuore indiviso" (Regola TOR 2, 8).

"Ascoltate, figli e fratelli, con tutto il cuore" propone San Francesco nella sua Lettera all'Ordine (cf. EpOrd 6). Francesco ha molte cose da dirci.

Se attraverso i secoli, tutti noi, sorelle e fratelli della famiglia francescana, avessimo ascoltato attentamente la voce del nostro fondatore, molti errori nei riguardi dell'evangelizzazione dei popoli avrebbero potuto essere evitati.

Francesco era un missionario. Egli ha fornito un modello completamente nuovo di missione, che ancora oggi non ha perso la sua attrattiva: essere missionari secondo il modello di Gesù!

E' a questo, che ciascuno di noi nella grande famiglia francescana siamo chiamati: Fiorite dove siete piantati e date vita. Questa è la vostra vocazione.

Sr. Marianne Jungbluth
Franciscana della Sacra Famiglia

Würzburg, Maggio 2002


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MISSIONE


"per testimoniare la Sua presenza con la parola e con le opere"
(Regola TOR 9, 29)

1. Andate e predicate

Nel 1208 o 1209, il giorno della festa di uno degli apostoli, essendo Francesco alla Porziuncola e udendo egli il Vangelo della missione dei discepoli (Mt 10,5-14; Lc 9), esclamò: "Questo è quello che desidero, questo è quello che cerco, questo è quello che voglio con tutto il cuore" (1Cel 22; 3S 25). Questo evento toccò talmente la sua vita da fargli anteporre la proclamazione del Vangelo al desiderio di vita eremitica.

Francesco aveva solo tre compagni quando organizzò la prima spedizione missionaria. Li divise in due gruppi: Bernardo ed Egidio che si dirigono verso San Giacomo di Compostella, Francesco e il quarto compagno che intraprendono la strada della Valle Reatina. Dopo qualche tempo, si ritrovano di nuovo insieme in Assisi. Quando i fratelli raggiunsero il numero di otto, due a due presero la direzione dei quattro punti cardinali. Tra il 1209 e il 1210, avendo raggiunto il numero di dodici, insieme si recarono a Roma per chiedere al Papa di confermarli nella loro forma di vita, "scritta brevemente e semplicemente" (Test.15). Con qualche esitazione, Innocenzo III confermò oralmente la loro forma di vita e li autorizzò a predicare al popolo la penitenza (1Cel 33; 3S 49). Francesco passava per città e castelli annunciando il Regno dei cieli, la pace, la via della salvezza, la penitenza in remissione dei peccati" (1Cel 36).

Nel 1212, desiderando Francesco predicare ai Saraceni, cioè i Mussulmani, partì per la Siria. Una tempesta spinse la barca sulla costa Dalmatica. Imbarcatosi, poi, segretamente su un'altra barca, arrivò in Ancona, da dove tornò a piedi in Assisi. Dopo breve tempo, partì con Bernardo per il Marocco, passando attraverso la Francia e la Spagna. In quest'ultimo paese, Francesco contrasse la malaria e una volta ancora fu costretto a ritornare in Assisi. La sua seconda spedizione missionaria si era conclusa in un fallimento.

Ma Francesco non rinunciò all'idea di compiere una missione tra i Mussulmani. Durante il Capitolo di Pentecoste nel 1219, comunicò questa idea a circa tre mila Fratelli. Dopo aver inviato missionari in Francia, Germania, Ungheria e Spagna, nel 1217 Francesco stesso decise di partire per l'Egitto (Giordano di Giano, 10). Accompagnato da alcuni Fratelli, si imbarcò su una nave che trasportava cibarie per le truppe che assediavano la città di Damietta. Verso la fine di luglio e il principio di agosto del 1219, Francesco sbarcò in Egitto. Venendo a conoscenza della mancanza di moralità che regnava nel campo dei Crociati e, allo stesso tempo, della loro animosità e cupidigia, Francesco si rese conto che quella non era una guerra giusta. Cercò, allora, di convincere i soldati e il capo della Crociata, il Cardinale Pelagio Galvani, a firmare l'armistizio e accettare la pace offerta dal sultano Malek al Kamil. La politica imperialista dei cristiani bloccarono ogni concessione: essi volevano la vittoria totale. Il 29 agosto, i mussulmani invasero il campo dei Crociati: 6000 cristiani perirono in un giorno. Solo dopo questa sconfitta, il Cardinale permise all''araldo' di Assisi di entrare in campo mussulmano e avvicinare il sultano.

Accompagnato da Fra Illuminato, Francesco attraversò la zona neutrale e raggiunse la sede del sultano(LM 9,8). Giacomo da Vitry, Vescovo di San Giovanni d'Acre, è una fonte sicura per quegli eventi. Egli scrive:
"Per parecchi giorni, il sultano ascoltò attentamente Francesco, che predicava la fede a lui e al suo popolo. Ma poi ebbe paura che qualcuno dei suoi soldati, convertito al Signore dalla parola efficace di quell'uomo passasse al campo nemico, pertanto diede ordine che Francesco fosse riaccompagnato in campo cristiano con molte onorificenze e le migliori precauzioni per la sua sicurezza, dicendogli: 'Prega per me affinché Dio si degni rivelarmi la legge e la fede che gli è più gradita'."

Il comportamento di Francesco fece una profonda impressione sui mussulmani. Tuttavia, egli non raggiunse il suo scopo: né il martirio che egli tanto desiderava, né la conversione del sultano, o la pace tra cristiani e mussulmani, e neppure una piccola eco alla sua idea di crociate disarmate. Tuttavia, il modo con cui Francesco avvicinò il sultano segnò l'inizio di un cambiamento; fu l'annunzio di un nuovo modo di comportarsi.

Quando si parla di 'missione', le parole che si propongono alla nostra attenzione sono: 'spirito', 'ardore' e 'profezia'. Francesco proclamò "il Regno di Dio con la dottrina e la virtù dello Spirito" (1Cel 36). "Ardendo di un irrefrenabile desiderio di martirio, decise di recarsi in Siria" (1 Cel 55). "Era spinto da un desiderio così intenso, che, quantunque di fisico debole, correndo precedeva il suo compagno di pellegrinaggio e, bramoso di realizzare il proposito in ebbrezza di spirito, volava" (LM 9,6). Gli autori medievali puntualizzano che la spinta verso la missione e il martirio veniva più dal soffio interiore dello spirito che dalla forza fisica, dal carattere e dalla conoscenza delle lingue. Una conferma di questa verità ci viene dagli scritti di Francesco stesso, per il quale il desiderio di andare tra i Saraceni era il risultato di una spinta interiore dello Spirito.

2. Il Concetto Francescano di missione (RegNB 19)

Il capitolo 16 della Regula non bullata contiene l'impostazione missionaria di Francesco. Quando inizia? Costituisce essa una risposta all'appello missionario promosso dal IV Concilio Laterano (1215) per la riforma della Chiesa e la riconquista della Terra Santa? Oppure è, invece, una conseguenza dell'esperienza di Francesco qui sopra narrata, e che era stata pubblicata subito dopo il 1219, anno al quale gli eventi fanno riferimento. Qualunque sia il caso, RegNB 19 propone un'alternativa, un modo differente di andare tra i Saraceni di quello proposto dalle Crociate. Nel suo insieme, questo modo di "andare tra i Saraceni e altri infedeli" della Regula non bullata, costituiva parte dei testi che indicavano ai Fratelli il "modo di andare per il mondo", testi che vennero, poi, inclusi nei capitoli che vanno dall' 1 a 16 della Regula non bullata. La parola chiave è "andare": la troviamo in ogni capitolo. Andare dai Saraceni non è un'eccezione; è, anzi, parte della forma di vita evangelico - francescana. E poiché la RegNB contiene veramente il fondamento della missione francescana, fa d'uopo che noi la studiamo attentamente. Incomincia così: Gesù disse: 'Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe' (Mt 10,16) (RegNB 17,1-2).

Come per l'evento della Porziuncola, l'invio di Gesù è il punto di partenza. La Parola di Dio è riferimento, è legge. Ecco perché tutte le altre direttive, in questo capitolo 16 come in altri è riferito al Signore. Per Francesco, la Parola di Dio è sempre rilevante: il Signore non parlava solo ai discepoli in Palestina: Egli continua a parlare qui e ora. Egli affida una missione ai suoi discepoli. Pertanto ogni azione egoistica è esclusa. I messaggeri del Vangelo devono fare esperienza di prudenza e modestia.

"Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo. Il ministro poi dia loro il permesso e non li ostacoli se li riterrà idonei ad essere mandati; infatti dovrà rendere ragione al Signore, se in queste come in altre cose egli avrà proceduto senza discrezione" (RegNB 16,3-4).

Francesco e i suoi compagni non facevano la loro volontà. Essi cercavano l'ispirazione divina: "quello che Dio ispirava loro". Questa esperienza era particolarmente cara a Francesco. (Sfortunatamente le parole ispirazione divina sono quasi del tutto assenti in moderne edizioni). Francesco usa di nuovo questa espressione quando fa riferimento a coloro che desiderano entrare a far parte della fraternità: " Se qualcuno è ispirato da Dio a vivere la nostra vita e viene in fraternità" (RegNB 2,1). Le povere sorelle che oggi noi chiamiamo "Povere Chiare" hanno scelto questa forma di vita evangelico - contemplativa "per ispirazione divina". Tutti questi testi ci dimostrano che la vita francescana, sia essa vissuta nel quotidiano della fraternità o vissuta in missione tra gli infedeli, risponde sempre a una chiamata di Dio. In queste condizioni, il ministro (superiore) non può costringere o rifiutare a un fratello di andare in missione, se egli ne è capace o desidera andarci. L'ispirazione divina non costringe: la persona è libera di accettare o rifiutare. Ma la chiamata e la volontà di rispondere sono le condizioni preliminari per la missione che il ministro deve riconoscere e confermare.

In un periodo in cui le Crociate costituivano una guerra spietata contro i Saraceni, Francesco non solo mandò i Fratelli a loro, ma li mandò in mezzo a loro, 'come pecore in mezzo ai lupi'. In conformità alla comune mentalità medievale, Francesco incluse i Mussulmani tra gli infedeli a cui egli desiderava portare la fede. Tuttavia, la sua attitudine differisce dalla strategia missionaria ufficiale. Francesco non aggredisce i Mussulmani; si unisce a loro, pronto sempre a testimoniare e ritenersi responsabile della sua fede fino alla fine (questo è vero martirio).

"I fratelli che vanno tra gli infedeli possono comportarsi con loro in due modi. Uno, è quello di evitare litigi e discussioni e stare sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore (1P 2,13), dando così testimonianza al fatto che sono Cristiani. Un altro modo è quello di proclamare apertamente la parola di Dio se si ha la certezza esser quella la volontà di Dio, invitando i propri ascoltatori a credere in Dio onnipotente - Padre, Figlio e Spirito Santo - Creatore di tutto - e nel Figlio - Redentore e Salvatore- e così essere battezzati e diventare Cristiani, perché se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5)" (RegNB 16,5-7). Circa il modo di comportarsi dei missionari, Francesco ci indica due possibilità, di cui noi dovremmo rispettare la sequenza.

Il modo che ci è indicato per primo, non è l'esplicita proclamazione del Vangelo o la realizzazione di un programma sociale, ma semplicemente un atteggiamento. I fratelli debbono praticare la 'fraternità' tra gli infedeli, essere un modello di fraternità, senza litigare e discutere con nessuno. Al contrario, essi debbono essere - sempre e dappertutto - i più piccoli, minori, come il loro stesso nome li definisce. Alla testimonianza vivente dell'armonia fraterna, alla riconciliazione e alla sottomissione incondizionata, seguirà l'emissione della professione di essere Cristiano. La fraternità, dentro e fuori, e la volontà di dialogo durante il quale ognuno risponde al proprio credo senza imporlo all'altro: queste sono le basi e il fondamento della missione francescana.

Nel secondo modo, esiste la possibilità di proclamare il Vangelo. Ciò richiede particolare attenzione. Colui che proclama il Vangelo non è il padrone della Parola, ma ne è il primo ascoltatore e, soprattutto, uno tra i non-Cristiani. Colui che proclama deve adattarsi alla situazione, il che significa percepire la volontà di Dio. E' solo quando una persona percepisce che quello che sta facendo piace al Signore, che la persona stessa proclama la Parola di Dio. Non bisogna però pensare alla proclamazione come a un discorso dogmatico, che, in ogni caso, in quei tempi era riservato ai preti. Si tratta, invece, dell'antica pratica francescana di cantare le lodi del Signore e di esortare gli uomini alla penitenza (laus et exhortatio). Nel capitolo 21 della Regula non bullata, troviamo anche il modello di quanto "tutti i fratelli laici - quelli, cioè, che non sono sacerdoti - possono dire davanti al popolo".

Il concetto francescano della missione, pertanto, ha come fine la cristianizzazione di tutto il mondo. Ma tale scopo è più remoto che immediato. Non è questione di battezzare molti e al più presto possibile, ma piuttosto di accompagnare il lento risveglio della fede in Dio e nel Vangelo.

"Essi possono dire loro tutto quello ed altro, come Dio li ispira, poiché il Signore dice nel Vangelo: Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32); e chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell'uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi(Lc 9,26)" (RegNB 16,8-9).

Queste poche parole sono solo un modello, dei suggerimenti. Quello che conta è l'essere sensibili alla realtà. Quello che è importante é non vergognarsi di confessare la propria fede in Cristo. Le parole da dirsi non sono quelle preparate in anticipo, ma quelle suggerite dalla situazione concreta in cui uno si trova. Quello che conta, la base e la fine, è Cristo. Questo è quello che il testo che segue insegna:
"Dovunque si trovino, I frati devono sempre ricordarsi che essi si sono donati completamente e hanno consegnato se stessi al Signore Gesù Cristo; pertanto essi debbono essere preparati ad esporre se stessi a ogni nemico, visibile o invisibile, per suo amore. Egli stesso ci dice, Chi perderà la sua vita per causa mia e del Vangelo, la salverà (Mc 8,35), per la vita eterna. Beati I perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,10). Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi e,mentendo , diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia (Mt 5,11). Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli (Lc 6,23). A voi amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla (Lc 12,4). Non angustiatevi (Mt 24,6). Con la vostra pazienza salverete le vostre anime (Lc 21,19). Chi persevererà sino alla fine sarà salvato (Mt 10,22) (RegNB 16, 10-21).

La terza ed ultima parte della RegNB 16 è indirizzata espressamente a tutti i fratelli. Una volta ancora, è chiaro che la particolare missione agli "infedeli" è strettamente collegata alla vita francescana in comune: è un'espressione particolare della stessa forma di vita evangelica. Si tratta di seguire Cristo prima di ogni altra cosa e di abbandonare se stessi a Lui. Dal momento che Cristo ha offerto se stesso per amore, i fratelli e le sorelle, pure, dovrebbero offrirsi per amore, anche ai nemici, visibili e invisibili.

Seguire Cristo significa seguirlo in umiltà, nella persecuzione, sofferenza, odio, critica, calunnia; sono queste le realtà della vita di Gesù, e le caratteristiche del caso tramato contro di Lui. Tutto questo si riscontra nel concetto francescano della missione nella RegNB 16. Il testo non è solo un'eco della proclamazione delle sofferenze di Gesù narrate nel Vangelo (Sermone della Montagna) ma anche il frutto della prima esperienza missionaria in Germania, Ungheria e Marocco.

Il leitmotiv della missione è "esporre se stesso per amore di Gesù". Questo leitmotiv si estende a tutto il testo. Non difendendo se stessi, come le pecore, i fratelli e le sorelle debbono esporre se stessi ai loro nemici "per amore di Gesù". Il martirio è chiaramente previsto (cfr. RegNB 22,1-4); Adm. 6,15; 2Cel 152). La missione può costare la vita. Chiunque espone se stesso come Gesù, può aspettarsi il suo stesso risultato. Non si tratta di confessare Cristo solo con le parole, ma anche con le opere, vivendo e soffrendo. Il conflitto è inevitabile (cfr. EpMin 2,71); può talvolta colpire anche il corpo, che non appartiene più a se stesso dal momento che è stato consegnato al Signore Gesù.

Nonostante il rischio che l'impegno missionario comporta, la gioia e la serenità sono la prova che uno non ha nutrito invano la speranza. La pazienza nella persecuzione è segno che la persona crede in Colui che attraverso la persecuzione e la morte è entrato nella gloria. E' così che una vita di completa espropriazione di sé, pronto ad affrontare il martirio, costituisce la più importante testimonianza, più difficile delle parole.

Angoscia e terrore, confusione e ansietà possono abbattere chiunque pone stesso alla sequela di Cristo e per la stessa ragione essere perseguitato. Francesco incoraggia a rischiare la propria vita, totalmente, senza paura, e perseverando nella pazienza, convinto che Dio ricompenserà ciascuno generosamente. E' così che egli conclude la presentazione della missione francescana con la gioiosa persona di Cristo.

3. Primo sguardo a ciò che unisce

Nell'East, Francesco imparò la salât, una forma islamica di preghiera. Quando il muezzin suona il corno e chiama i fedeli alla preghiera, questi si radunano e dicono le loro preci con la testa china fino a terra. Questa pratica colpì tanto Francesco che desiderò incoraggiare la pratica di qualcosa di simile nell'Ovest. Ne parla espressamente in tre delle sue lettere. Ai responsabili dell'Ordine, Francesco chiede espressamente:

"E dovete annunciare e predicare la sua Gloria a tutte le genti, così ad ogni "ora" e quando suonano le campane, sempre da tutto il popolo siano rese lodi e grazie a Dio onnipotente per tutta la terra."(EpCust 8).

La lode di Dio dovrebbe unire cristiani e mussulmani. Ecco perché Francesco insiste sull'espressione: 'tutti i popoli della terra'. E poiché questo inaudito desiderio non può essere realizzato senza la collaborazione delle autorità civili, egli rivolge lo stesso invito, mediante una coraggiosa lettera, a 'tutti i magistrati e i consoli, tutti i giudici e governatori del mondo':

"Attribuite al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato, che ogni sera si annunci, mediante un banditore, o qualche altro segno, che siano rese lodi e grazie all'onnipotente Signore Iddio da tutto il popolo"(EpRegg 1,7; cf. 2EpCust 6). Questo segno può diventare l'espressione della fede comune in Dio onnipotente. Questa idea originale di Francesco attende ancora di essere realizzata.

4. La dimensione missionaria della preghiera di Francesco

Il comportamento di Francesco tra i mussulmani, il suo concetto di missione e le sue lettere ai governanti, a "tutti i cristiani religiosi, chierici e laici, uomini e donne, e tutti gli abitanti del mondo intero" (Lettera ai Fedeli 2) è una testimonianza chiara della sua comprensione universale della missione. Ritroviamo la stessa idea in un lungo canto di lode e di esortazione che enumera tutti i popoli di tutte le classi, nella Chiesa e nel mondo, quando Francesco si rivolge a "tutti i piccoli e i grandi, a tutti i popoli, genti, razze e lingue, tutte le nazioni e tutti gli uomini d'ogni parte della terra, che sono e che saranno" (RegNB 23,7).

Tutti debbono rimanere nella vera fede, perseverare nella penitenza, e lodare glorificare e ringraziare Dio. Ancora una volta l'universalità é fondata sulla preghiera, come si rileva nella parafrasi del Padre nostro, nelle Lodi delle Ore: 65-11 e nel Cantico delle Creature. Essa é ri-espressa in maniera particolarmente forte nel Testamento: "Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo qui e in tutte le tue chiese in tutto il mondo, e Ti benediciamo perché con la tua santa croce hai redento il mondo". (Test 5; 1Cel 45).

5. La Trinità come fondamento basilare della missione

Per quanta importanza abbia il discorso di Gesù sulla missione, Francesco non lo ritiene la sola motivazione per la missione francescana e, passo passo, arriva a una profonda comprensione. Per lui, l'origine della missione é nello stesso Dio, che è Padre, un padre, che per amore manda suo Figlio tra gli uomini. Suo Figlio compie la sua missione "assumendo la carne della nostra umanità e fragilità", condividendo la sua vita con i poveri e accettando consapevolmente la sofferenza e la morte, rendendole così fruttuose per noi (Lettera ai Fedeli 4-14). Continua il Suo lavoro nella Chiesa, al cuore della quale lo Spirito Santo é sempre presente. Per Francesco la missione è il dono ancorato nel mistero della Trinità, e trova le sue radici nel profondo amore di Dio.

Francesco raggiunse questa visione mistica della missione nella contemplazione del discorso di Gesù. Come può desumersi dai suoi scritti, egli aveva interiorizzato perfettamente Gv 17; RegNB 22, 17-55; 1EpFed 1,14-19; 2EpFed 54-60. Come si afferma in Gv 17,6 Francesco dice che Gesù fu mandato per rivelare il nome del Padre ai popoli, allo scopo di svelare loro il suo essere reale. Questa rivelazione era stata affidata al Figlio (RegNB 22, 41-42, 54).

La missione del Figlio non consiste semplicemente in parole. Egli rivela chi Dio veramente è, attraverso le sue azioni. Francesco descrive questo secondo aspetto della missione del Figlio nella RegBN 23, 1-4 così: Dio creò un mondo buono e, al vertice di questa creazione, pose l'uomo. Ma l'uomo, per colpa sua, distrusse l'armonia. Per ristabilirla, il Figlio si incarnò e diede in riscatto la sua vita. Morto e risorto per noi, il Figlio di Dio tornerà a giudicare i vivi e i morti, e a ristabilire il Regno di Dio per sempre. Francesco non cessa mai di ringraziare Dio per questa creazione, questa redenzione, questa realizzazione. Tutto trova la sua sorgente nell'amore di Dio per gli esseri umani, che Egli ama come ha amato suo Figlio. Questo è ciò che la preghiera di Gesù per i discepoli asserisce e che Francesco riprende nella Regula non bullata:
"Padre Santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato…Santificali nella verità. La tua parola è verità.Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità. Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me, perché tutti siano una sola cosa…e il mondo creda che tu mi hai mandato e li hai amato come hai amato me. Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (RegNB 22, 45, 49-54; cf Gv 17, 11-26).

Questo concetto Giovanneo e Francescano della missione è un meraviglioso ciclo di amore: amore divino tra Padre e Figlio, inesprimibile amore di Dio per l'uomo.

P. Leonhard Lehmann OFMCapp.

Roma

 


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NOTA BENE

Questo articolo è un estratto del libro 11 di Femkurs Franziskanische Spiritualität (Corso di Corrispondenza di Spiritualità Francescana) pubblicato da INFAG - Interfranziskanische Arbeitgemeinschaft (Walbreitbach, 1983).

Copyright concesso dal centro INFAG at Warzburg RFA, il 4 Aprile 2002 dal presidente, Suor Mathilde Haßenkamp.

 

Concretizzazione esercizio

1. Riflessione personale

Per approfondire il tema della missione francescana, meditare sul testo di Isaia 61, 1-3 che Gesù ha applicato a se stesso (Lc 4, 16-20). Lasciatevi interpellare profondamente da questo testo.

2. Riflessione di gruppo

Il capitolo della Regula non bullata descrive la concezione missionaria francescana.


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