![]() Nome Pubblicazione PROPOSITUM Vol. 6 - No. 2 - Dicembre |
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8 Dicembre 1982
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(Prologo Regola TOR)
Nel nome del Signore!
L'8 dicembre ricorderemo, con gratitudine e gioia, un evento importante
e decisivo per la storia del Terz'Ordine Regolare di San Francesco,
Venti anni fa - l'8 dicembre 1982 - Giovanni Paolo II concedeva approvava
la Regola rinnovata con la lettera apostolica Franciscanum Vitae Propositum,
il progetto di vita francescana.
In una bellissima lettera, il 15 agosto 2002, Sr. Carola Thomann, Presidente
del CFI-TOR, parlava in maniera entusiastica e particolareggiata dell'evento.
Avendo avuto il privilegio di essere uno dei membri del gruppo internazionale di lavoro cha ha preparato la Regola e Forma di Vita, condivido vivamente il suo entusiasmo.
Ero presente all'Assemblea Generale del 1-10 marzo 1982 che vedeva riuniti Superiori Generali provenienti da ogni parte del mondo, grazie al metodo di lavoro volto a favorire l'accoglienza di questa Regola di Vita.
"Nel nome del Signore" era il testo originale di introduzione alla Regola stessa.
"Nel nome del Signore!" Parole di Francesco ai suoi discepoli, a quelli che sceglievano la via della penitenza.
Ascoltiamo queste parole, riceviamole, portiamole con noi e facciamole fruttificare, perché allora lo "Spirito del Signore" rimarrà con noi per stabilire dentro di noi la sua dimora.
Leggiamo e meditiamo il Prologo della Lettera ai Fedeli:1, 1: Parole di S. Francesco a noi, fratelli e sorelle della Penitenza, parole cariche di significato e di conseguenze.
Francesco ci invita a seguirlo sulle orme del nostro Signore Gesù Cristo, cominciando a far penitenza, facendoci guidare dallo "Spirito del Signore" (vita spirituale) per trovare la vita divina.
Sr. Marianne Jungbluth
Francescana della Sacra Famiglia
Würxburg, novembre 2002
"Ama il Signore"
(Prologo: Regola TOR)
Il più importante documento che ci fornisce informazioni sul cammino spirituale di San Francesco è il Testamento. In esso egli descrive - proprio prima della morte - l'evento più importante della sua vita e riassume brevemente l'evoluzione e gli obiettivi del suo Ordine. Nella prima frase, confessa che è Dio che ha preso l'iniziativa: "Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza". Come un ritornello, troviamo questa confessione soprattutto nella prima metà del Testamento: "Il Signore mi ispirò (Test 1, 2, 4, 6, 14, 23, 39).
Francesco meditava sulla sua vita e riconosceva che era Dio che lo guidava. Semplici verbi come "andare", "guidare" e soprattutto "rivelare" ci danno la misura dell'intensità con cui Francesco descrive il cammino spirituale attraverso parole che riflettono l'esperienza dello spirito. Non attribuisce il lavoro a se stesso, ma alla grazia di Dio "L'Altissimo che è l'unico autore di ogni bene" (Amm 8).
Francesco agisce come il 'Poverello', come uno che esorta costantemente a non gloriarsi di altro che delle proprie debolezze (Amm 5, 8, 11, 12, 13, 28): strettamente parlando, la prima parte del Testamento di Francesco è un ringraziamento per tutto quello che il Signore ha fatto per lui e, attraverso lui, ai Fratelli "che il Signore gli diede" (Test 14).
Francesco è convinto che la vita del frate minore presuppone una chiamata. Circa l'accettazione dei frati dice: "Se qualcuno, per divina ispirazione, volendo scegliere questa vita, verrà dai nostri frati, sia da essi benignamente accolto"(Reg 1221: 2, 1). Il carisma, il dono divino, è connesso alla volontà del chiamato. Questi due elementi sono condizioni necessarie per una vita nuova. A cominciare dal secondo passo, è la volontà della persona e l'opera dello Spirito che entrano in gioco, poiché il candidato deve, "se vuole e lo può spiritualmente, senza impedimento, vendere tutte le cose sue e distribuirle ai poveri. ( ) Tuttavia "se venisse qualcuno che non può dar via le cose sue senza impedimento, pur desiderandolo spiritualmente, le abbandoni e ciò è sufficiente" (Reg 1221: 2, 4-11). Nell'entrare in comunità, un fattore di grande importanza è l'ispirazione. La decisione di entrare in fraternità non deve essere guidata da interessi egoistici, ma deve nascere da motivazioni spirituali.
La stessa cosa si verifica per coloro "che vorranno andare [missionari] tra i Saraceni e altri infedeli" (Reg1221:16, 1). La testimonianza del missionario presuppone la chiamata individuale; i ministri devono esaminare [la richiesta], ma non esitare a dare il permesso qualora riconoscessero che il candidato ne ha le capacità (Reg1221: 16, 3-4; Reg1223: 12, 2).
Francesco riconobbe nella sua conversione e nel suo abbandono del mondo (Test 1-3) l'opera di Dio. E lo stesso fece per l'Ordine delle Sorelle Povere (Clarisse). Già nel 1212-1213, egli scrisse a Chiara e alle sorelle: "Perché è Dio che ha ispirato a voi di diventare figlie e serve dell'altissimo Re supremo e Padre dei cieli e divenire spose dello Spirito Santo, ( ) io desidero e prometto a voi personalmente ( ) la stessa amorevole cura ( ) e speciale sollecitudine" (Forma di Vita 1)
Non solo Francesco fa una profonda dichiarazione teologica che le Sorelle Povere sono spose dello Spirito Santo; ma riferisce tutta la loro vita all'ispirazione divina. E' un carisma, un dono spirituale. Ventitrè anni dopo fa la stessa dichiarazione con le parole: "Audite, poverelle Ascoltate, povere piccole sorelle chiamate dal Signore (Esort 1).
La convinzione di Francesco che è Dio che lo guida, trova un'eco in Chiara. Nella sua Regola e nelle sue Lettere ella pure parla dell'ispirazione divina.
Nel caso di Francesco e dei suoi compagni missionari, come nel caso di Chiara e delle sorelle, è una questione di "chiamata da parte dello Spirito Santo". Questa espressione deve essere approfondita in una prospettiva Francescana e realizzata nella vita.
L'intervento di Dio non sopprime l'azione dell'essere umano. Al contrario, per quanto Francesco insiste nel suo Testamento circa l'importanza della guida divina, egli si dimostra anche molto attivo: va incontro ai poveri. L'ispirazione divina è come un fuoco che gli brucia dentro e lo spinge in avanti: fuori di Assisi, la sua carriera di mercante è assicurata. L'idea che lo affascina lo coinvolge in un lavoro incredibile. Non rimane semplicemente affascinato; egli si prende cura dei lebbrosi. La misura in cui l'azione dello Spirito si impossessa del suo corpo e della sua anima si rivela dal fatto che Francesco sente la sua conversione come qualcosa di appetibile. "E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo" (Test 3).
Il passaggio da amarezza a dolcezza quando abbracciò i lebbrosi disgustevoli mostra l'esperienza reale della presenza dello Spirito che, però, porta i suoi frutti: libertà, gioia, amore, mitezza (Gal 5,13-23). Francesco fece spesso esperienza dello spirito. In quelle circostanze egli cantava in francese: come quando, per esempio, dopo essere stato pubblicamente diseredato dal padre, egli attraversava la foresta e diceva ai ladri: "Io sono l'araldo del gran Re"(1Cel 167). "Dolcezza" che è uguale a soavità nella lingua dei trovatori - è per Francesco il segno dell'avvento di una vita nuova creata da Dio, un segno di rinascita nello Spirito Santo. Nella sua Lettera ai Fedeli, egli spiega questo sentimento in maniera più dettagliata mediante la contrapposizione 'amaro-dolce'. Quanto a coloro che non vivono nella penitenza ( ), costoro sono ciechi perché non vedono la vera luce, che è il Signore nostro Gesù Cristo. Questi non posseggono la sapienza spirituale, poiché non hanno in sé il Figlio di Dio, che è la vera sapienza del Padre ( ) Vedete, o ciechi, ingannati dai nostri nemici, cioè dalla carne, dal mondo e dal diavolo, che è dolce al corpo fare il peccato ed è cosa amara servire Dio" (2LF 53, 66-69).
Come nella Lettera ai Fedeli, spesso Francesco mette in contraposition la sapienza dello Spirito e la sapienza della carne e del mondo (Salv 9,10; EdRest 5; Amm 27, 1; cf 1Co 2, 6-16). Per lui - come per S. Paolo - la carne, sarx (Rm 8), è un'espressione che descrive la mortalità degli esseri umani, la loro debolezza, i sentimenti che, in loro, si oppongono a Dio, il loro egoismo e la loro tendenza al male. Ecco perché poteva dire: "noi miserevoli e miseri, putridi e fetidi, ingrati e cattivi" (Reg1221: 23, 8).
Al contrario, lo spirito e spirituale - che San Paolo chiama pneuma - è ciò che viene da Dio e conduce a Dio. Lo spirito del Signore abita nella persona "spirituale"; Dio regna in essa; le tendenze della carne che nascondono l'immagine del suo Figlio diletto (cf Amm 5,1) sono respinte. Lo spirito del Signore prende il posto dell' io". Francesco offre numerosi esempi che aiutano a riconoscere la persona spirituale. "Si può riconoscere il servo di Dio, se ha lo spirito del Signore: se, quando il Signore compie, per mezzo di lui, qualcosa di buono, la sua "carne" non se ne inorgoglisce ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi e si stima più piccolo di tutti gli altri uomini" (Amm 12).
Per possedere lo spirito del Signore, "non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto dobbiamo essere semplici, umili e puri" (2LF 45-46). Ci apriamo innanzitutto allo spirito del Signore mediante l'obbedienza, e soprattutto alla divina ispirazione, e poi a tutta la creazione. "La santa obbedienza confonde tutte le volontà corporali e carnali e ogni volontà propria, e tiene il suo corpo mortificato per l'obbedienza allo spirito e, per l'obbedienza, al proprio fratello. Allora l'uomo é suddito e sottomesso a tutti gli uomini che sono nel mondo; e non soltanto ai soli uomini, ma anche a tutte le bestie e le fiere, così che possano fare di lui quello che vogliono, per quanto sarà loro concesso dall'alto del Signore" (Salv 14-18). L'uomo deve imparare a prendere le distanze da se stesso per rendersi aperto e disponibile allo Spirito per scoprire la volontà di Dio sulle cose. Questa volontà viene rivelata anche da creature prive di ragione che agiscono con i tutti limiti dati loro da Dio. Questa è la ragione per cui ogni tormento e sofferenza che egli deve sopportare da parte degli animali, deve sopportarli in spirito di obbedienza.
Nella Regola del 1221: 17, 9-16, Francesco paragona lo spirito della carne e lo spirito del Signore in modo dettagliato. Lo spirito della carne si riconosce dalla superbia e dal desiderio vano di essere glorificato dalla sapienza del mondo, dalla "sapienza della carne" (Rm 8,6), dal desiderio di parlare molto e dal non far nulla, dalla pietà esteriore e dall'ipocrisia. D'altra parte, lo spirito del Signore si manifesta nell'umiltà, nella pazienza e nella "pace del cuore" (Reg1223: 17,15).
Nella maggior parte dei casi, per Francesco, "carne" è una parola simbolica che descrive atteggiamenti. Porta gli esempi di Gesù (Mc 7,21-23) e di Paolo (Rm 8,6); 1Co 2, 6-16). Francesco interiorizza, spiritualizza la comprensione del peccato situandolo nello spirito dell'uomo, nel cuore impuro, nella volontà egoista e peccatrice (cf anche Reg1221: 22, 5-8). Nelle ammonizioni, egli focalizza l'attenzione sui peccati di pensiero dell'uomo come ad esempio ostinazione, superbia, vanagloria, gelosia, vendetta, calunnia, ira (Amm 2-11). Questo corrisponde a quello che Celano dice di Francesco: "Badava prima ai difetti dell'anima: (vita spiritualia), poi a quelli esterni" (1Cel 51).
In quasi tutti i suoi scritti, Francesco ammonisce contro "lo spirito della carne". Possiamo capire allora perché spesso egli chieda ai fratelli "di considerare che essi devono, sopra ogni cosa, desiderare di avere lo spirito di Dio che lavora in loro" (Reg1223: 10, 8). Diversamente di quanto fa nella Regola del 1221: 17, 9-16, Francesco descrive gli atteggiamenti negativi più brevemente nella Regola del 1223: 10, 7-12, e spiega le atteggiamenti positivi in maniera più dettagliata. Il catalogo dei peccati, dai quali i frati debbono guardarsi, è seguito dal catalogo delle virtù, che devono praticare: preghiera, pazienza, amore dei nemici, costanza. Queste virtù sono frutti dello spirito (cf Ga 5, 22-26). Esse rivelano l'opera dello spirito del Signore nelle persone.
A motivo della loro origine divina, Francesco chiama tutte le virtù "sante"; esse vengono tutte dal Signore (Salv 4); "per grazia e ispirazione dello Spirito Santo vengono infuse nel cuore dei fedeli" (SalBVM 6). Come tali, esse sono gli atteggiamenti stessi di Dio. "Tu sei misericordia, pazienza, mitezza, la nostra speranza, la nostra fede, il nostro amore" (Lodi di Dio Altissimo).
A prescindere dalla Regola del 1223: 10, 8, negli scritti si parla ancora per quattro volte della "santa operazione". Per esempio, nella Lettera ai Fedeli, leggiamo: "Lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri. (1LF 1, 1; 2LF 53). Quelli che ricevono questa lettera "ricevano le parole del nostro Signore Gesù Cristo in spirito di umiltà e carità, perseverando e facendo il bene fino alla fine, perché esse sono spirito e vita (1 LF 2, 19, 21; cf Gv 6, 64).
Comprendiamo, ora, perché San Francesco era convinto che ogni bene veniva da Dio ed era ispirato da Lui. Le parole di Gesù Cristo e quelle di Francesco sono piene del 'buon odore' (cf 2Co 2, 14-16; Ef 5, 2), perché - bisbigliate e ispirate da Dio - esse danno spirito e vita; ecco perché devono essere ricevute con amore più che come semplici atti umani sotto l'impulso dello Spirito Santo. Per quanto concerne il Testamento, Francesco desidera che le sue parole siano "comprese con semplicità e senza commento, e osservate con sante opere fino alla fine" (Test 39). La comprensione sola non è sufficiente: deve condurre all'azione, la quale é strettamente collegata alle opere ispirate dallo spirito del Signore. Le nostre azioni devono essere guidate da Dio e realizzate dalla sua forza fino alla fine. Ai nostri giorni, azione significa attività, forza, prestazione, perseveranza, autorità, che sono essenzialmente qualità maschili. Seguendo la linea di San Luca, Francesco ricorda l'opera di Maria; é questione di aprirsi allo Spirito e ottenere da Lui la grazia di trasmetterlo al mondo.
Per Francesco, il protagonista non è l'uomo ma Dio. Il Signore lo guidò, gli diede fratelli, e gli rivelò la vita secondo il Vangelo. I Frati Minori in generale, i missionari in particolare, Chiara e le sorelle seguono la "divina ispirazione". Gli infedeli per poter credere e i cristiani per convertirsi hanno bisogno della luce e della grazia dello Spirito Santo (cf Salv 6).
Tuttavia, noi siamo "miserevoli e miseri" (Reg1221: 23, 8). Perciò Francesco prega: "Donaci, Signore, nella tua misericordia ( ), di volere sempre ciò che a te piace e di seguire le orme del tuo Figlio diletto, e, con l'aiuto della tua sola grazia, giungere a te, o Altissimo, ( ) (Lettera al Capitolo Generale, 50-52). Secondo Francesco, l'uomo non può fare alcun che di bene da se stesso; nella sua miseria, egli deve tutto al suo Creatore. Colui che attribuisce a se stesso la capacità di fare il bene o "invidia il fratello riguardo al bene che il Signore dice e fa in lui" (Amm 8, 3) pecca contro lo Spirito Santo.
Questa visione dell'uomo ci richiama alla mente la teoria Luterana della grazia ("per la sola grazia") quando Francesco dice nei riguardi dell'Eucaristia: "A questo segno si può riconoscere lo spirito di Dio che abita nei suoi fedeli che ricevono il corpo e il sangue del Signore. E chiunque non ha questo Spirito e presume di riceverlo, mangia e beve la propria condanna (1Co 11, 29); (Amm 1, 12-13). Il fondamento su cui poggia questa frase, che a prima vista appare di difficile comprensione, si trova più in là nella stessa ammonizione: Dio è spirito (Gv 4, 24) ( ) E poiché Dio é spirito, quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità; é lo spirito che dà vita; la carne non giova a nulla (Gv 6, 63) (Amm 1, 5-6). I discepoli che videro il Signore Gesù secondo l'umanità, videro e credettero secondo lo spirito e la divinità, che è veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo (cf Amm 1, 9). Il divino corrisponde al divino: dal momento che Dio è spirito, è il dominio dello spirito che gli corrisponde. Egli deve essere visto con gli occhi dello spirito (Amm 1, 20), con gli occhi dello spirito del Signore che abita nei suoi fedeli (cf Amm 1, 20).
Chi é il Signore il cui spirito abita nei fedeli? Uno può immediatamente rispondere: lo Spirito Santo. L'ammonizione 1 usa la parola "Signore" (dominus) per indicare il Gesù storico che proclamò il Vangelo (vs. 1, 3, 8, 22), o il Cristo Eucaristico (v 9, 12, 22). Dobbiamo, pertanto, completare lo"spirito del Signore" (v 12) con la frase"spirito del Signore Gesù Cristo". Francesco, qui, fa riferimento a Giovanni e a Paolo: nel suo discorso di addio, Gesù parla dello "spirito di verità che procede dal Padre" (Gv 15, 26); cf 16, 17, 13-14; 1Gv 3, 24). Paolo é ancora più chiaro: "Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo spirito di Cristo, non gli appartiene" (Rm 8, 9). Se viviamo nello spirito del Signore, lo spirito di Dio abita in noi. "Beati voi se venite insultati per il nome di Cristo, perché riportate degni frutti di penitenza, e lo Spirito della Gloria riposa su di voi "(1P 4,14; cf LF 1, 6).
Quando Francesco parla dello spirito del Signore, egli pensa soprattutto alla condizione di Gesù: la sua umiltà, la sua obbedienza alla volontà del Padre, al suo amore dei nemici e della croce. Queste sono anche le caratteristiche dei veri discepoli di Cristo, dei servi di Dio. Come viene indicato da varie ammonizioni, il servo di Dio che possiede lo spirito del Signore, non si gloria davanti a Dio e agli uomini; ma si sottomette, ama i suoi nemici, è perseverante nelle persecuzioni e nelle malattie e, "per amore del nostro Signore Gesù Cristo, preserva la pace del corpo e della mente" (Amm 15, 2; cf Amm 2-9; 11; 13-15; 19; 22-25).
"Lo spirito del Signore" descrive, soprattutto, la condizione di Cristo e la sua costante presenza tra coloro che lo seguono. Riconoscendo ciò, comprendiamo meglio il testo della Regola del 1221. Il capitolo 5 tratta del rapporto tra i fratelli. Secondo Mt 20, 25-26 - colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo - nella Regola del 1221: 5, 13-14 leggiamo: "Nessun frate faccia del male o dica del male a un altro; anzi per carità di spirito volentieri si servano e si obbediscano vicendevolmente". "Spirito di carità" sarebbe di più facile comprensione di "Carità di spirito". Non è una questione del nostro amore per lo Spirito Santo, ma dell'amore di Dio per noi, incarnato nel suo Figlio, riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo (Rm 5, 5). "Carità di spirito" significa: l'amore che Gesù ci ha dimostrato, il suo spirito che abita e agisce in noi quando seguiamo i suoi comandamenti. Facendo riferimento a Gal 5, 13 Francesco descrive il servizio e l'obbedienza cui il frate si dedica, come carità e spirito di Cristo.
Che Francesco pensi all'esempio di Cristo é confermato dalla frase che segue: E' questa la vera e santa obbedienza del Signore nostro Gesù Cristo" (Reg1221: 5,15). E' chiaro che il passaggio dalla "carità dello spirito di Gesù Cristo" allo "Spirito Santo" non è così lontano (cf Rm 5, 5; 15, 30). Si potrebbe, pertanto, asserire: i fratelli devono servire e obbedire l'un l'altro con la stessa carità dello Spirito Santo che abita ed opera nei suoi fedeli.
"E ovunque sono i frati e in qualunque luogo si incontreranno, debbono rivedersi volentieri, con gioia di spirito e onorarsi scambievolmente senza mormorazione" (Reg1221: 7,15). Secondo quanto è stato appena affermato, questo strano comando significa che I fratelli devono incontrarsi non semplicemente alla maniera umana, ma in modo spirituale, nello spirito di Cristo. Quando i frati si incontrano, é lo spirito divino che li porta ad incontrarsi. Per quanto riguarda i ministri, Francesco desidera che "visitino spesso [I loro frati] e spiritualmente li esortino e li confortino"(Reg1221: 4, 2). Anche le Sorelle Povere desiderano vivere insieme, unite nello spirito e nella promessa della più alta povertà (cf Prologo Regola di S. Chiara).
Le attitudini e il comportamento sono dettati dallo Spirito del Signore. E' Lui che tiene insieme la comunità. Non esiste realtà più profonda per l'uomo che lo spirito del Signore. Forte di questa convinzione, Francesco volle introdurre questa direttiva nella sua Regola: il Ministro dell'Ordine deve essere lo Spirito Santo (2Cel 193).
La vita nello spirito di Cristo non si fa incasellare in forme definite: E' in questa esperienza che la spinta della vita si fa strada attraverso tutta la storia dell'Ordine. I frati devono "camminare secondo lo spirito (spiritualiter) e non secondo la carne (carnaliter)" (Reg1221: 5, 4-5; 16, 5). Essi devono avere la stessa attitudine di Cristo: seguire il Signore anziché le proprie brame. E' in questo senso che Hugues de Digne, nel suo Spiegazione della Regola, dà un'interpretazione che é probabilmente originale. Nel capitolo 6 della Regola non bollata, troviamo l'espressione "spiritualiter": "I frati che non possono osservare la Regola, ovunque essi si trovino, debbono rivolgersi al loro Ministro" (cf Reg1221: 6, 1). Mentre alcuni gruppi nell'Ordine, più tardi, si limitarono ad osservare la lettera della Regola, noi troviamo qui il vecchio concetto di dire che il Vangelo e la regola che scaturisce da esso devono essere seguiti spiritualmente, cioè nello spirito del Signore nostro Gesù Cristo. La Regola non è la vita: l'opposto é vero - la vita e lo spirito che emanano da Cristo, la sua parola che è spirito e vita costituiscono la Regola e segnano l'esperienza e l'ispirazione di base del Francescanesimo originario.
"Spirito" é la parola chiave per capire e spiegare la forma di vita francescana. Ispirato dallo spirito del Signore, Francesco aspirava a una vita evangelica aperta allo Spirito e piena di Lui. Come in Giovanni, esiste qui una stretta relazione tra il significato letterale e il significato spirituale del testo. Il vero significato delle 'lettere' bibliche viene dallo Spirito: è Lui che da vita alla lettera. Pertanto, Francesco si oppone a una esegesi non spirituale del Vangelo. Nell' Ammonizione 7, egli cita Paolo: "La lettera uccide, lo spirito dà vita" (2Co 3, 6). E aggiunge un profondo, preciso e universale consiglio: non é questione di conoscere le parole (del Vangelo) e spiegarle agli altri per poi gloriarsene, ma "di seguire lo spirito della lettera divina"; il sapere non ha meriti personali ma viene da Dio - deve dare risultati. L'esegesi non deve avere lo scopo di incrementare il proprio sapere, ma di guidare dall'azione, alla preghiera. Dio è più soddisfatto se seguiamo le Scritture che se ci limitiamo a leggerle, dice Francesco nell'offrire la prima copia del Nuovo Testamento come dono all'Ordine (2Cel 91; cf 2Cel 67).
Con l'antifona Mariana dell'Ufficio della Passione, preghiera obbligatoria all'inizio e alla fine delle Ore, Francesco saluta così la Madre di Dio: "Santa Vergine Maria, tra tutte le donne del mondo non ve n'é un'altra come te; tu sei la figlia e serva dell'Altissimo Dio e Padre dei cieli; tu sei la Madre del nostro Signore Gesù Cristo; tu sei la sposa dello Spirito Santo". Francesco non si rivolge a Maria in maniera isolata, ma in relazione alle tre Persone divine. Ella è quella che ella è perché era stata scelta da Dio. Il titolo "sponsa Spiritus Sancti" (fidanzata, sposa dello Spirito Santo) non appare in nessun altro documento ai tempi di Francesco. Potrebbe, pertanto, essere stato coniato da lui stesso.
Ancora più importante é il fatto che il mistico di Assisi non riservava questo titolo esclusivamente a Maria, ma lo estendeva alle Sorelle Povere e ai fedeli. Diceva, infatti, alle Sorelle che esse "erano state fatte figlie e serve dell'altissimo e sovrano Re, il Padre dei cieli", e che esse erano le "spose" dello Spirito Santo" (Forma di Vita 1).
Allo stesso modo, la descrizione della vita di penitenza apre con le beatitudini: "Oh, come sono beati e benedetti quelli e quelle, quando tali cose e perseverano in esse; perché riposerà su di esse lo spirito del Signore, e farà presso di loro la sua abitazione e dimora; e sono figli del Padre celeste, del quale compiono le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo. Siamo sposi, quando l'anima fedele si unisce al Signore nostro Gesù Cristo per virtù di Spirito Santo. Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre che é nei cieli. Siamo madri, quando lo portiamo nel cuore e nel nostro corpo per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza, lo generiamo attraverso le opere sante, che devono risplendere agli altri in esempio" (LF 1, 5-10).
In questa breve descrizione del misticismo francescano che si prolunga, nelle due lettere, in un canto di giubilo e preghiera sacerdotale (Gv 17), l'esperienza carismatica di Dio celebra il suo grande trionfo. La gioia di Francesco trabocca al pensiero che Dio abita nell'uomo. Secondo lui, quelli che amano Dio e fanno degne opere di penitenza (cf Lettera ai Fedeli) crescono nella vera vocazione dell'uomo: immagine di Dio (Gv 1, 26), abitazione del Padre e del Figlio (Gv 14, 23), tempio dello Spirito Santo (1Co 6,19). In modo sorprendente, Francesco trae energia vitale dal mistero della Trinità che abita in ogni persona. Per lui, la Trinità non é soltanto un impenetrabile articolo di fede, ma qualcosa di personale che unisce ciascun cristiano a Dio e fa di tutti la famiglia di Dio. E mentre insiste sulla dignità dei cristiani, insiste anche sull'azione: vede il dono e l'esigenza. Nel battesimo riceviamo lo Spirito Santo e siamo incorporati a Cristo (LF 51). Siamo suoi fratelli se facciamo la volontà del Padre come fece lui; siamo madri se lo portiamo in noi come Maria, e lo generiamo vivendo la vita cristiana (LF 52-53). E' così che missione, contemplazione, invio nascono dal misticismo.
Lo spirito che é aperto e obbediente allo spirito del Signore
portò Francesco sulle orme di Cristo, lo rese conforme a Cristo,
e creò una tale unione con il Dio in tre Persone che lo riempì
di gioia. Il Poverello di Assisi è carismatico nel vero senso
della parola. Tutti quelli che prendono sul serio le sue esortazioni
possono condividere il suo spirito: Costruiamo in noi una casa e una
dimora permanente a Lui che é il Signore Dio Onnipotente, Padre,
Figlio e Spirito Santo " (Reg1221: 22,27).
P. Leonhard Lehmann OFMCapp., Roma
Questo articolo è un estratto del 16° fascicolo del volume
Fernakurs Franziskanische Spiritualität
(Corso
per corrispondenza di Spiritualità Francescana pubblicato dall'INFAG
- Interfranziskanische Arbeitgemeinschaft)
(Waldbreitbach, 1983).
Permesso ottenuto presso l'ufficio INFAG in Warzburg RFA,
il 21ottober 2002 dalla Presidente, Sr. Mathilde Haßenkamp.
Esercizio
1. Riflessione Personale
Pensa alla tua storia, la storia della tua vita. In quale situazione potresti dire: Il Signore mi da dato, il Signore mi ha guidato, il Signore ha
2. Riflessione personale e di gruppo.
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