Nome Pubblicazione
PROPOSITUM
Vol. 10 - No. 1 - Giugno 2007

Periodo
Giugno

 


Anno
2007

Volume
10

 


Numero
1


Editoriale

Le Origini della Regola e Vita Del Terzo Ordine Regolare
Suor Nancy Celaschi, osf

Chiamati/e a Guarire: Il Dialogo Interreligioso nella Tradizione TOR
Suor Margaret Carney, osf

Dialogo interreligioso e Vita Religiosa
P. Elias D. Mallon, SA

Una Chiamata ad essere Artefici di Pace:La Vita Francescana in Missione
Suor Violet Grennan, mfic

L’Ecologia Latino-Americana e la Cosmovisione Francescana
Prof. Ricardo Antonio Rodrigues

Congregazione Clarissa Francescana tra i poveri in Kenya
Suor Mello, FCC

Articolo Collettivo 1
Rilevanza della Spiritualità Francescana nel Futuro:
Nuovi Modi di Vivere (Esprimere) la Spiritualità Francescana
Suor. Maria Stella Carta, SSM

Articolo Collettivo 2
Tibor Kaiser, OFS

Articolo Collettivo 3
Fra’ Xavier Anthony, CMSF.






 

Editoriale

     

     Dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa invita tutte le congregazioni religiose ad un rinnovamento radicale della vita religiosa. Le congregazioni si impegnano, quindi, a ritornare alle fonti autentiche, al Vangelo ed allo spirito del fondatore o fondatrice. I documenti del Concilio, soprattutto la Costituzione Lumen Gentium ed il Decreto Perfectae Caritatis sembravano incoraggiare queste richieste. Il Terzo Ordine Regolare di San Francesco iniziò anch’esso a pensare alla necessità di adeguare la Regola promulgata da Papa Pio IX nel 1927. Lo sforzo incessante dei Fratelli e delle Sorelle del TOR ha visto la luce l’8 Dicembre del 1982, quando il Papa Giovanni Paolo II ha approvato la “Regola e Vita”. In quel momento, essi si sono resi conto del ruolo particolare che hanno nella Chiesa, nell’edificazione del Regno di Dio mediante la loro testimonianza.
     L’ultimo numero di Propositum è stato dedicato alla preparazione dell’Ottavo Centenario della nascita di Santa Elisabetta d’Ungheria, il 17 Novembre del 2007. Quest’anno la nostra attenzione si sofferma su un altro evento importante: il 25° anniversario dell’approvazione della “Regola e Vita dei Fratelli e delle Sorelle del Terzo Ordine Regolare di San Francesco”. L’anno giubilare ci invita a riflettere ed a valutare gli anni passati ed a guardare avanti con nel cuore sogni nuovi per dare nuovo vigore al Carisma del nostro Terzo Ordine Regolare di San Francesco. Dio ci ha inondati di immense grazie nella persona di San Francesco e le sue istruzioni, soprattutto attraverso i valori della Conversione, della Contemplazione, della Povertà e della Minorità. Siamo chiamati, in modo particolare, a vivere la Regola secondo il suo spirito, camminando con fede e gratitudine, per creare solidarietà e pace tra di noi, nelle nostre Famiglie Francescane, nel mondo intero e specialmente tra i poveri e bisognosi. La nostra presenza nel mondo deve offrire vita nuova, significato, incoraggiamento e speranza a tutti.

     Nel primo articolo di questo numero, Suor Nancy Celaski, ci parla delle origini della Regola e Vita del TOR e ci aiuta ad osservare il cammino percorso da coloro che ci hanno preceduto nei secoli, come pure a ricordare il processo che ha coinvolto la nostra generazione. Suor Margaret Carney riflette sul Dialogo Interreligioso secondo la Tradizione TOR e si centra nei valori della Conversione, Contemplazione, Minorità e Povertà. Pensa che è un appello a sanare. Il Padre Elias D. Mallon riflette sul Dialogo Interreligioso e la Vita Religiosa. E’ convinto che il Dialogo fa parte della testimonianza che i religiosi e le religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà danno all’amore infinito di Cristo. Secondo Suor Violet Grennan l’appello ad essere costruttori di pace nel mondo è un cammino che dura tutta la vita per diventare veramente l’incarnazione della pace che inizia con e da noi stessi. E’ con piacere che vi proponiamo anche lo studio e la riflessione del Professor Ricardo Antonio Rodrigues sull’Ecologia Latinoamericana e la Visione Francescana del Mondo. Secondo lui, la mistica della creazione, basata nella Spiritualità Francescana, può condurci all’auto sostenibilità in modo nuovo e saggio. Suor Mello ci presenta il servizio gioioso e disinteressato delle Suore Clarisse Francescane tra i poveri, gli abbandonati e dimenticati del Kenya. Abbiamo anche un articolo scritto da Suor Maria Stella Carta, Tibor Kauser e Fra Xavier Anthony. Ognuno di loro ha riflettuto sull’importanza della Spiritualità Francescana nel Futuro e suggeriscono nuovi modi di viverla. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno partecipato all’edizione di questo numero di propositum.

Pace e bene.

Suor Daria Koottiyaniel FCC



Le Origini della Regola e Vita del Terzo Ordine Regolare

Suor Nancy Celaschi, OSF

     

     Nel prepararci a celebrare il 25° anniversario della Regola e Vita dei Fratelli e delle Sorelle del Terzo Ordine Regolare di San Francesco è bene volgere lo sguardo indietro, sul cammino percorso da coloro che ci hanno preceduto nel corso dei secoli, ed esaminare di nuovo il processo portato avanti dalla nostra generazione pochi anni or sono. Cosi come il Terzo Ordine Regolare è probabilmente unico nella storia della vita religiosa, così lo è anche la nostra Regola e Vita.
Il Concilio Vaticano II chiese ai religiosi ed alle religiose di rinnovare ed aggiornare la loro forma di vita. Lo fecero ritornando al carisma originale dei loro istituti religiosi ed adattando il loro stile di vita ai bisogni della chiesa e del mondo di oggi. Tutti entrarono in questo processo, alcuni con poca disposizione, altri con più entusiasmo. I religiosi e le religiose del Terzo Ordine Regolare si unirono anche loro a questo processo.

      La maggior parte delle congregazioni del nostro ordine fecero ricerche storiche che rimisero loro in contatto con il carisma della fondazione. Fu un tempo di grandi scoperte. Dall’ombra e dal totale anonimato si videro emergere le figure di uomini e donne di grande valore. Ognuna di queste figure era stata comunque inspirata da Francesco di Assisi, e da una certa idea della spiritualità francescana condizionata dal contesto sociale ed ecclesiale in cui la persona era vissuta. I Francescani e le Francescane del Terzo Ordine Regolare, si videro nella necessità di riscoprire, in un certo senso, due carismi fondazionali, quello della propria congregazione e quello del movimento francescano cui appartenevano.

     Tutto questo ulteriormente complicato dall’allora esistente Regola del Terzo Ordine Regolare di San Francesco, che era stata approvata nel 1927 con l’espressa volontà di offrire una Regola che permettesse i cambiamenti nella vita religiosa che erano stati incorporati nel Codice di Diritto Canonico del 1917. Come leggiamo nell’introduzione: “Per questo fu necessario che quella legge di Leone X dovesse adattarsi a questi nostri tempi e similmente ai recenti decreti della Chiesa, così i Terziari Regolari ed altre molteplici famiglie religiose di voti semplici, le quali per aver introdotto nel loro istituto lo spirito di San Francesco e per usare il nome di Francesco, hanno in qualche modo Francesco come padre, prendendo da ciò nuovo incremento, continuassero con maggiore ardore a rendersi benemeriti della società cristiana e civile”. Questo Codice, per esempio, sanzionava ufficialmente per la prima volta e regolava la vita di una categoria conosciuta come “religiosi/e” nelle congregazioni apostoliche. Questi religiosi, uomini e donne, avrebbero fatto i voti perpetui semplici, con il diritto di conservare la loro proprietà, un diritto cui, fra l’altro, non avrebbero potuto rinunciare.

     La Regola del 1927 aveva comunque sostituito la Regola di Leone X, approvata nel 1521. Nell’introduzione al documento leggiamo che lo scopo della “nuova” Regola era quello di adattare la vita del Terzo Ordine Regolare alle riforme emanate dal Quinto Concilio Lateranense.

     La Regola di Leone X era la prima regola destinata solo ai religiosi e religiose del Terzo Ordine e solo per loro sostituiva la Regola del 1289 di Nicola IV, Girolamo di Ascoli, il Primo Papa Francescano ed ex Ministro Generale dei frati. Questa Regola era fondamentalmente una modifica del Memoriale Propositi del 1221 e continuava ad essere utile per tutti i fratelli e le sorelle dell’Ordine della Penitenza, cioè per i secolari come pure per i gruppi che già a quel tempo vivevano in comunità. Ciò che oggi sarebbe divenuto l’Ordine Francescano Secolare continuava a seguire la regola di Nicola IV fino ai giorni del Vaticano II.

     Un altro fattore che deve essere preso in considerazione nel nostro breve studio è quello dei passi giganteschi compiuti nell’ambito degli Studi Francescani nel XIX e nel XX secolo. La ricerca scientifica nelle biblioteche e nelle collezioni manoscritte in tutta Europa aveva dato al mondo francescano un numero di testi che avevano causato un movimento intellettuale. La scoperta di testi da noi ben conosciuti, come per esempio la Leggenda di Perugia, le opere di Tommaso da Celano e lo Specchio di Perfezione, per non nominarne che alcuni, aveva cominciato a costituire una sfida nei riguardi di alcune delle immagini eterne di San Francesco popolarizzate da Bonaventura o dai Fioretti. Quando si pubblicarono le edizioni critiche di queste opere e si applicarono ai testi francescani le tecniche dell’esegesi biblica, cominciarono ad emergere nuovi concetti. Nello stesso tempo anche gli storici ci offrirono una visione migliore del Medioevo in generale e della vita in Assisi al tempo di Francesco, in particolare.

     Così i nostri fratelli e le nostre sorelle degli anni1970 che dovettero svolgere il compito di riscrivere le Costituzioni ed adattare il loro stile di vita a quello del carisma delle origini, erano stati esposti ad una visione totalmente nuova e diversa di quel carisma. Molti di loro espressero il desiderio di una nuova Regola che sostituisse quella di Pio XI, e che potesse esprimere meglio il carisma fondazionale e l’idea che Francesco aveva di una Regola e Vita. Così, diversi gruppi di terziari francescani iniziarono a redigere la bozza di una nuova regola, alcuni individualmente ed altri lo fecero in gruppi intercongregazionali a livello regionale o nazionale.

     Il “punto cruciale”, per così dire, spuntò quando i diversi gruppi iniziarono a parlare di sottoporre i testi della loro “Regola” all’approvazione ecclesiastica. Inchieste discrete fatte qua e là fecero rendere conto a tutti che il magistero universale della Chiesa non vedeva di buon occhio tutta una serie di documenti per un gruppo che si supponeva fosse un Ordine singolo nella Chiesa cattolica. A ciò bisogna aggiungere il fatto che alcuni di questi gruppi con testi di regola specifica erano congregazioni internazionali, e la mescolanza risultante da testi diversi di regola TOR in una singola zona geografica avrebbe avuto certamente un impatto poco favorevole su questa unità. Coloro che fecero le inchieste furono incoraggiati ad elaborare un testo unico da sottoporre in nome di tutto il Terzo Ordine Regolare e che potesse essere accolto favorevolmente a Roma. Ad alcuni ciò parve un compito impossibile, una richiesta forse ispirata da una favola dei Fratelli Grimm o da gesta eroiche della mitologia greca.

     Ma si dice che volere è potere, e certamente si voleva fare. L’energia riversata nell’adattare e rinnovare la vita religiosa fu anche dedicata a ciò che sarebbe stato conosciuto come il “Progetto di Regola”. Aiutò molto in questo il fatto che i superiori e le superiore maggiori si organizzarono in conferenze nazionali ed internazionali e per la prima volta fu più facile comunicare tra confini ed oceani. I superiori e le superiore maggiori che accettarono di capeggiare lo sforzo dovettero affrontare un compito a prima vista scoraggiante, ma non si lasciarono scoraggiare. Crearono una struttura con tre livelli, il Bureau Francescano Internazionale (formato da superiori/e maggiori rappresentanti delle varie parti del mondo), la Commissione Francescana Internazionale (in rappresentanza dei leaders di vari interfrancescani nazionali o regionali) ed il Gruppo di Lavoro, formato da frati e suore con interesse per il campo e conoscenza del medesimo, con l’incarico di preparare una bozza del testo. Fu chiesto loro di preparare un nuovo testo e di non presentare nessuno dei testi già redatti. Si decise, inoltre, per rendere il testo il più immutabile possibile,che il nuovo testo avrebbe dovuto basarsi principalmente sugli scritti di San Francesco, nella speranza che le future generazioni avrebbero dovuto affrontare il problema dell’adattamento, potessero essere in grado di incontrare nelle parole di Francesco l’ispirazione necessaria.

     Una prima consultazione rivelò gli elementi considerati essenziali per il nostro stile di vita francescana che erano quattro, anche se i vari gruppi davano a questi elementi un nome diverso. I quattro elementi considerati essenziali erano: la penitenza o metanoia, la preghiera o contemplazione, l’umiltà o minorità e la povertà. Questi elementi avrebbero costituito i pilastri portanti della nuova regola, ed il materiale da costruzione sarebbero stati gli scritti di Francesco e quelli della prima generazione di Francescani.

     Il Gruppo di Lavoro si incontrò due volte, a Reute, in Germani ed a Bruxelles, in Belgio. Dopo ogni sessione presentavano, in modo da essere sottoposte alla consultazione dei membri. Leggiamo che la prima bozza fu inviata a 205 congregazioni, 16 province di congregazioni internazionali ed al comitato di ricerca di due federazioni. Le risposte pervennero in 10 lingue, da trenta paesi. 105 congregazioni approvarono completamente il testo, un certo numero suggerì alcuni cambiamenti e solamente alcune rifiutarono completamente il testo. Il testo fu poi presentato ai superiori e superiore maggiori per l’approvazione formale durante l’Assemblea Generale tenutasi a Roma nel 1981 e fu accettato senza nessun voto contrario. Sarebbe bene notare che questa assemblea decise anche di continuare il processo iniziato per creare la Regola e Vita, gettando le basi per ciò che poi divenne la Conferenza Internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terzo Ordine Regolare di San Francesco, la CFI-TOR.

      Poiché la Regola e Vita è stata scritta, in gran parte, con le parole di San Francesco non c’era un capitolo specifico sulla castità, e ciò causò una certa tensione anche durante l’Assemblea tenutasi a Roma. Ma bisogna tener presente che una delle maggiori intuizioni della teologia del Vaticano II sulla vita religiosa è stata che l’elemento di identificazione e voto centrale del religioso, della religiosa è “la castità per il Regno”. Coloro che si incaricarono di ottenere l’approvazione ufficiale della Regola e Vita decisero che era meglio avere un capitolo sulla povertà, e doveva essere scritto da una mano diversa. Questo capitolo menziona, inoltre, la Beata Vergine Maria, e divenne il quarto capitolo di ciò che poi fu la nostra Regola e Vita.

     Quando la Regola e Vita fu presentata al Papa Giovanni Paolo II per la sua approvazione, fu richiesta la data dell’8 dicembre del 1982, Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. Il 1982,era l’anno in cui la famiglia francescana celebrava nel mondo intero l’Ottavo Centenario della nascita di San Francesco d’Assisi.

     La Regola approvata dalla Santa Sede, giunse accompagnata dal Breve Apostolico, il cui incipit legge “Franciscanum vitae Propositum”, l’ideal di vita che “anche in questo nostro tempo, non in modo diverso che nei secoli passati, affascina incessantemente molti uomini e donne desiderosi di perfezione evangelica e assetati del Regno di Dio.” Il Breve va poi avanti e menziona la professione pubblica dei consigli evangelici, l’attività apostolica e la preghiera, l’amore fraterno, la penitenza e l’abnegazione cristiana. Il Breve, firmato dal Santo Breve, menziona le regole precedenti di Leone X e Pio XI. La vera novità del Breve, risiede comunque nel terzo paragrafo dove si menziona che è nota al pontefice “con quanta diligenza e con quanto impegno questa ‘Regola e Vita’ ha compiuto il cammino di ‘aggiornamento’ e come felicemente ha ottenuto la desiderata convergenza di pareri attraverso discussioni e consultazioni collegiali, come proposte e meditate elaborazioni.” Non c’è nessun tentativo di nascondere la storia dei diversi punti di vista, come pure la discussione collegiale e la consultazione che fu parte integrante del processo. E’ significativo che questo documento, la nostra Regola e Vita, inspirato dal Vaticano II ed intrapreso in obbedienza ai suoi mandati, dovrebbe in modo singolare ed unico, incarnare la collegialità ed il principio sussidiario che furono caratteristici di quel concilio. Con il Papa Giovanni Paolo II anche noi possiamo esprimere la nostra speranza che “i desiderati frutti di rinnovamento conseguano pienamente la loro attuazione” mentre continuiamo a vivere ed a approfondire il nostro apprezzamento per la nostra Regola e Vita dei Fratelli e delle Sorelle del Terzo Ordine Regolare di San Francesco.



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Suor Nancy Celaschi è membro del Consiglio Generale delle Suore Francescane Insegnanti, con sede a Roma. Ha ottenuto la laurea in Studi Francescani presso la Bonaventure University in Stati Uniti. E’ stata Segretaria Generale della CFI-TOR dal 1993 al 1997 e nel 1997 è stata nominata direttrice del Dipartimento Spirito e Vita. Ha tradotto in inglese vari libri sulla storia del Terzo Ordine Regolare ed ha insegnato il Francescanesimo in Asia, Africa, Europa ed America del Nord.








Chiamati/e a Guarire: Il Dialogo Interreligioso nella Tradizione TOR

Suor Margaret Carney, OSF
 

     Nel corso del pontificato di Giovanni Paolo II, l’appello al dialogo interreligioso era chiaro e costante. Sono stata presente alla prima Giornata Mondiale per la Pace tenutasi ad Assisi nel 1986, e mi è sempre parsa di somma importanza la corrispondenza tra la nostra vocazione francescana e l’impegno per l’unità dei cristiani e la cooperazione tra le diverse fedi. Mi era stato possibile essere presente nel 1986 perchè i nostri professori dell’ Antonianum (ero appena all’inizio dei miei studi di dottorato) ci procurarono dei biglietti e ci accompagnarono, nel corso della giornata, a partecipare all’immensa varietà di espressioni centrate sulla preghiera. Prima di questo evento memorabile, avevo lavorato con Thaddeus Horgan, un frate dell’Atonement, in qualità di membro del Gruppo Internazionale di Lavoro.

     Questo gruppo era incaricato di elaborare il testo della Regola e Vita dei Fratelli e delle Sorelle del Terzo Ordine Regolare. Thaddeus contribuì nel gruppo con una ricca competenza teologica e con una profonda coscienza ecumenica. Nel periodo del Concilio Vaticano II aiutò a dirigere il Centro per l’Unità dei Cristiani, con sede nel Palazzo Panfili, a Piazza Navona. Lì si riunivano regolarmente gli osservatori ufficiali delle chiese cristiane per dialogare, esplorare la teologia, per accogliersi vicendevolmente. Negli anni di stretta collaborazione sul testo della Regola, potei apprezzare a fondo la forza con cui uno spirito francescano può contribuire al dialogo. Le mie esperienze con un istituto moderno del Terzo Ordine Regolare che si dedicava totalmente a questa missione di unità, i Frati e le Suore dell’Atonement (Graymoor, New York) avvalorarono questo apprezzamento, che continua a crescere.

     Recentemente ho avuto l’onore di assistere a due incontri ecumenici francescani (uno a Roma e l’altro a Canterbury, Inghilterra) organizzati dal Ministro Generale dei Frati Minori e dai Frati dell’Atonement. Questi scambi intimi tra religiosi francescani delle affiliazioni romana, anglicana e luterana mi hanno offerto l’occasione privilegiata di esaminare la forza del carisma francescano che supera le frontiere giurisdizionali che separano le nostre chiese.
Se mi viene chiesto come il testo della nostra Regola e Vita contribuisce a questa conversazione, risponderei che non si tratta di trovare un testo che ne dia la dimostrazione (cioè un passaggio particolare che confermi in modo esplicito la connessione o l’argomento), ma piuttosto il contributo risiede nei valori fondamentali radicati nella Regola e che ci dispongono ad un modo di essere nella chiesa e nel mondo nello scambio interreligioso. Possiamo pensare all’appello alla coscienza ecumenica ed all’azione, lungo queste linee.

Conversione

     In altri tempi, l’opera missionaria cattolica si riassumeva nella nozione di conversione. L’opera dell’evangelizzatore o del missionario era quella di portare i non credenti o i cristiani di altre denominazioni ad essere membri della chiesa cattolica. Oggi questo termine nel nostro linguaggio TOR racchiude una profonda ricchezza di significato biblico. La conversione/ metanoia è l’orientamento profondo della nostra piena umanità verso la volontà di Dio e deve impegnare la nostra mente, il nostro cuore, la nostra anima nella conoscenza, nel l’amore e nell’apostolato. E’ la chiamata ad essere pronti in ogni momento dell’esistenza a “volgerci”— indirizzarci di nuovo e correggere i nostri errori e la nostra ignoranza prestando attenzione esistenziale alle chiamate di Dio. Promuove in noi una spiritualità di attenzione, di prontezza e di umile riconoscimento del fatto che c’è sempre qualcosa di incompleto nella nostra conoscenza, nel nostro amore e nel nostro servizio. Questo atteggiamento, approfondito lungo il corso della vita, ci permette di crescere costantemente nell’apprezzamento delle verità sostenute da altre fedi, del richiamo che hanno e del potere che esercitano. Ci permette di entrare in dialogo pronti ad essere interpellati e perfino sconcertati. Ci invita ad essere pronti ad indirizzare di nuovo il comportamento ed a modificare i nostri atteggiamenti. E queste sono disposizioni fondamentali per il dialogo che sono rafforzate dal nostro impegno francescano in una vita di continua conversione. Qui non c’è relativismo. Non intendiamo con questo essere pronti a rinunciare o a relativizzare i nostri impegni fondamentali di fede. Ma piuttosto, c’è una prontezza a trovare cammini per impegnare l’altro, precisamente come altro con affetto e con coraggio. E questa è una forte attrezzatura per l’opera del dialogo tra le diverse fedi.

Contemplazione

     La nostra vita è centrata in Dio rivelato dallo Spirito in Gesù Cristo. La contemplazione dell’abbondanza di carità che l’Incarnazione ci rivela è la forza motrice della nostra spiritualità. La nostra formazione, sia iniziale che continua, ci spinge tutta la vita a scoprire livelli di significato sempre più profondi negli eventi della vita di Cristo, testo più importante delle Scritture, nelle ricchezze della nostra eredità teologica, nella ricca varietà delle espressioni culturali di spirito e vita che troviamo nel culto dei santi, nella devozione mariana, e tutti questi sono cammini che aprono i nostri cuori e le nostri menti dandoci luce e forza nel tempo. E per coloro che si dedicano allo studio, o per coloro la cui vita ed il cui lavoro offre loro la possibilità, l’incontro con gli insegnamenti, le pratiche e le espressioni culturali di altre tradizioni religiose può essere anche un forte invito a contemplare la ricca gamma di modi con cui lo Spirito aleggia tra noi.

      Ascoltare la musica ebrea suonata nei giorni santi, assistere in una moschea al ciclo di preghiera quotidiana, rimanere in piedi dinanzi ad una statua di Budda e vedere il rispetto che ispira, queste ed esperienze simili ci invitano ad avere un atteggiamento diverso nel considerare la varietà di modi in cui uomini e donne trovano il cammino verso il divino. Ed in momenti di profonda intuizione unificatrice possiamo intravedere profondi fili di connessioni. E se siamo sinceri, ammetteremo che a volte possiamo rimanere confusi e turbati da usi e costumi che differiscono radicalmente da quelli che noi consideriamo sacri. Ma questo incontro con qualcosa di diverso e non chiaro ci invita a riconoscere il fatto che le nostre certezze sono in ugual misura sconcertanti per coloro che sono cresciuti in comunità religiose diverse dalle nostre.

      Questo insieme di esperienze di intuizione consolatrice e di confusione sconcertante ci spinge ancor di più ad un atteggiamento di quiete, di rispetto e di umiltà radicato nella contemplazione.

Minorità/Umiltà

     Non è possibile essere cittadini del pianeta senza sentire il dolore degli oltraggi commessi nel nome del fondamentalismo religioso o della violenza settaria. Dobbiamo insistere sempre di più nel bisogno di educare noi stessi ed educare i nostri studenti per capire il lato oscuro di uno zelo settario eccessivo. Il tessuto complesso dell’identità religiosa, l’orgoglio razziale ed etnico e l’ostilità verso i nemici – reali od immaginari – dovrebbe inspirare una profonda umiltà in tutti coloro che si preoccupano veramente dello sviluppo di un’identità religiosa matura. Pur assicurandoci a vicenda che la natura stessa delle nostre credenze religiose esige rispetto, riverenza per la vita e la pace nel mondo, noi che apparteniamo alle fedi abramiche vediamo una continua spirale di violenza che strappa la vita a molti nel nome di una versione travisata dell’osservanza religiosa e dell’identità religiosa. Bisogna abbandonare soluzioni ed approcci semplicistici e bisogna impegnarsi ad educarci e formarci, senza mai cessarlo di fare, nel rispetto, nella tolleranza e nella mutualità, che devono diventare il nostro modo normale di agire.

Povertà

     Francesco, Chiara ed i loro primi compagni e compagne sapevano che tutto nelle loro vite era dono e che rendere a Dio la lode e la perfezione di questo dono era compito centrale nelle loro vite. Nel primo progetto francescano, sappiamo che un concetto centrale era l’insistenza in una vita spogliata di tutto tranne del sostegno materiale essenziale, ma nello stesso l’anima di questo ascetismo era veramente la povertà interiore. L’afferrarsi alla propria opinione, al proprio giudizio, a supposti e desideri guidati dal proprio io, costituiva un modo di ammucchiare, di ammassare ricchezza personale su cui Francesco metteva continuamente in guardia. Nel nostro appello alla conversazione e comunicazione interreligiose abbiamo una grande possibilità di fare di nuovo nostro questo esercizio. E’ difficile formare parte della comunità di scambio, o dialogo, senza la capacità di mettere da parte il proprio desiderio di rimanere fermi in una posizione personale di comodità, indipendentemente dal grado stesso della comodità. (Per esempio, il non sentirmi a mio agio nella mia comunità religiosa, parrocchiale, o nel mio circolo spirituale può rendermi molto difficile scambiare idee ed opinioni con la necessaria umiltà e disponibilità a correggermi o a riconoscere i miei limiti ed i miei pregiudizi). Quando lo scambio di un dialogo sincero include, come deve, uno sguardo generoso ed aperto verso il modo in cui le nostre differenze ci hanno portato alla discriminazione e perfino alla violenza gli uni verso gli altri, dobbiamo avere la povertà interiore di fare spazio alla verità ed al dolore dell’altro, anche se a noi non conviene.

     Forse Giovanni Paolo II stesso esprimeva una profonda povertà spirituale, quando nel 1986 invitò i capi delle religioni mondiali ad unirsi a lui in Assisi. Dopo tutto, non scelse Roma per questo incontro. Era forse il suo modo di riconoscere che i molti atti di violenza perpetrati nel nome della chiesa istituzionale nel corso dei secoli sarebbero stati tristemente presenti nella memoria degli ospiti invitati a pregare nella cornice dello splendore imperiale della grande basilica vaticana? Si rese conto che il genio mitico e l’universalità di Francesco – dopo sette secoli – avrebbero potuto offrire un ‘punto fermo’ di incontro e scambio alle voci di Mussulmani, Induisti, Americani nativi, come pure alle voci delle religioni che si sono adoperate per l’unità dei cristiani negli ultimi due secoli? Poco importa ora quale ne fu la sua ragione, ma la sua scelta fu profetica ed efficace. Il giorno dopo l’incontro, i frati del Sacro Convento trascorsero il tempo accompagnando i rappresentanti lungo la basilica e contando loro la storia di Francesco con il più grande appoggio visivo: gli affreschi di Giotto. In quelle ore, il riconoscimento di un terreno comune rispecchiato nella storia di umiltà, di penitenza e di minorità di Francesco si ripetette spesso nelle conversazioni sacre di quel giorno. Abbiamo la possibilità di continuare quel momentum nel XXI secolo. Preghiamo per ottenere la saggezza e la volontà di farlo, non fosse altro che questo.


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Suor Margaret Carney, OSF, è attualmente presidente della St. Bonaventure University. E’ stata Direttrice dell’Istituto Francescano e Decana degli Studi Francescani. Per otto anni è stata Superiora Generale della sua Congregazione e nel 1982 è stata eletta membro della Commissione Internazionale che ha composto un testo di Regola Francescana per il “Terzo Ordine Regolare”Francescano. E’ molto conosciuta nel mondo francescano per la sua dedizione a tutto ciò che è francescano.




Dialogo interreligioso e Vita Religiosa

P. Elias D. Mallon, SA

     Quando la Chiesa Cattolica, nel corso del Concilio Vaticano II, dichiarò nel documento Nostra Aetate che “nulla rigetta di quanto è vero” nelle altre religioni, si colloca inevitabilmente nel cammino del dialogo interreligioso. La creazione del Segretariato per i non Cristiani, più tardi Consiglio Pontificio per il Dialogo Interreligioso indicava la serietà con cui la Chiesa Cattolica Romana assunse il suo rapporto con le grandi religioni non cristiane del mondo.
Nei suoi numerosi viaggi, il Papa Giovanni Paolo II visitò molti paesi mussulmani, buddisti ed induisti dove parlò a lungo della necessità del dialogo tra le religioni. Il grande “evento di Assisi” riunì, per volontà del Papa, i leaders delle più grandi religioni mondiali per pregare, ciascuno a suo modo, per la pace e la mutua comprensione. I discorsi indirizzati dal Papa alla gioventù mussulmana in Marocco, ai Mussulmani in Turchia, in Sudan ed in altri luoghi hanno messo in evidenza nella Chiesa Cattolica Romana l’importanza che il compianto Papa attribuiva al dialogo attivo.

     Il viaggio compiuto da Papa Benedetto XVI in Turchia indica che l’impegno della Chiesa Cattolica nei riguardi del dialogo interreligioso non è diminuito con la successione di papi. La visita di Benedetto XVI alla moschea di Istanbul e la sua preghiera silenziosa sono segnali evidenti del suo impegno nei confronti del dialogo tra la Chiesa e l’Islam. I discorsi da lui tenuti in Turchia ed a Roma sottolineano ulteriormente la sua preoccupazione ed il suo impegno nei confronti del dialogo interreligioso.

     Essendo parte della Chiesa, i religiosi e le religiose condividono questo impegno della Chiesa nei confronti del dialogo interreligioso. Ed essendo persone che sono al servizio della Chiesa e della sua missione, i religiosi e le religiose non possono ignorare l’impulso interreligioso introdotto dal Concilio Vaticano II. Ma ci sono ulteriori ragioni per cui i religiosi e le religiose dovrebbero sentirsi particolarmente attratti dal dialogo interreligioso. Nel corso dei secoli sono stati all’avanguardia dell’incontro della Chiesa con le grandi tradizioni religiose del mondo. Pensiamo, per esempio, a San Francesco d’Assisi ed al suo incontro a Damietta, Egitto, con il Sultano Malik al-Kamal, probabilmente verso l’anno 1219 o proprio in quell’anno. L’incontro tra Francesco ed il Sultano, avvenuto nel corso della Quarta Crociata, certo non corrispondeva agli atteggiamenti di quel tempo, e fu simbolo di un incontro in un clima di fedeltà e cortesia, tra due persone di diversa religione. Nel Medioevo gli studiosi occidentali avevano accesso alla traduzione del Corano e delle opere di molti pensatori mussulmani grazie all’opera dei monaci, specialmente di quelli di Cluny sotto la direzione dell’Abate Pietro il Venerabile (1094-1156). I monaci usavano l’arabo parlato dai mussulmani per assicurare l’esattezza e la precisione delle loro traduzioni. Non è possibile pensare al Cristianesimo in Cina senza far riferimento al gesuita Matteo Ricci (1552-1610). Missionario in Cina, Matteo Ricci ebbe un profondo rispetto per la cultura e la religiosità cinesi. Conosceva certamente bene il Daoismo, la tradizione religiosa dominante in Cina. Era lui stesso molto rispettato dai Cinesi ed occupò un’alta carica nel governo. Ricci certamente precorse i tempi nel suo tentativo di acculturare il Vangelo alle categorie che i Cinesi erano in grado di capire.

      Perfino nei tempi moderni, prima del Concilio Vaticano II, ci sono stati religiosi e religiose che si sono impegnati nel campo del dialogo interreligioso. Charles de Foucauld (1858-1916), il fondatore dei Piccoli Fratelli e delle Piccole Sorelle di Gesù, ha vissuto tutta la vita tra i Mussulmani dando silenziosamente testimonianza del Vangelo. I Missionari d’Africa, fondati nel 1868 dal Cardinale Charles Levigerie (Arcivescovo di Algeri), sono stati vere guide nel dialogo tra Cattolici e Mussulmani.

      Non è solo, comunque, il dialogo tra Cattolici e Mussulmani che ha ricevuto l’attenzione da parte di religiosi e religiose. Sia durante come pure dopo il Concilio Vaticano II il monaco benedettino Bede Griffiths (1906-1993), conosciuto con il nome di Swami Dayananda, ha dedicato la sua vita al dialogo tra Cattolici e Induisti. Nei suoi scritti ha esaminato la disciplina della meditazione e dello yoga che gli Induisti hanno sviluppato nel corso di millenni e l’ha applicata alla pratica cristiana. Così pure, il monaco cistercense Thomas Merton (1915-1968) fu certamente una guida nel dialogo tra Buddisti e Cattolici. Morì proprio a Bangkok, al ritorno dall’Asia, dove aveva assistito ad un incontro con leaders buddisti. Le opere di Merton, soprattutto quelle scritte negli ultimi anni della sua vita, mostrano la sua profonda conoscenza del Buddismo e della disciplina della meditazione e l’apprezzamento che nutriva verso questa religione. Si può dire che veramente dell’opera di Merton è stata continuata dal Dialogo Monastico Interreligioso che si è incontrato per oltre due decenni. Il “Gethsemane Encounter” (Incontro del Getsemani) si riferisce a due riunioni di monaci e monache che si sono svolte nel monastero cistercense di Gethsemane (Kentucky, USA) nel 1996 e nel 2002.

      E’ possibile moltiplicare all’infinito il numero di incontri importanti e fruttuosi tra religiosi e religiose e religioni non cristiane sia in Africa che in Asia. Non c’è dubbio quindi che il coinvolgimento di religiosi e religiose nel dialogo interreligioso non è nulla di nuovo. E non è perfino un’iniziativa che parte dal Concilio Vaticano II. Anche se quanto precede è assai schematico, dovrebbe indicare con chiarezza che i religiosi e le religiose sono da secoli letteralmente coinvolti e coinvolte nel dialogo interreligioso. L’incontro tra religiosi e religiose non si limita nemmeno ad una sola comunità religiosa. Gesuiti, Domenicani/e, Francescani/e di ogni tipo, le Suore di Sion, i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle di Gesù, i Missionari d’Africa, ed altre congregazioni troppo numerose per essere qui menzionate hanno dialogato e dialogano con Ebrei, Mussulmani, Buddisti, Induisti ed altri. Il dialogo fa parte della testimonianza che i religiosi e le religiose e tutti i Cristiani danno dell’infinito amore di Cristo che non ha frontiere.

     In un mondo dove la base di molti conflitti è la religione, il dialogo interreligioso non è più una scelta facoltativa. Noi religiosi e religiose siamo chiamati a portare la pace di Cristo e ad aiutare a superare i conflitti nel mondo, e per questo siamo anche invitati a conoscere le altre religioni del nostro pianeta. I religiosi e le religiose siamo chiamati ad affrontare le grandi questioni ed i problemi del nostro tempo e la religione, in quanto fonte e soluzione del conflitto, è una di queste serie questioni. Ora più che mai è necessario che i popoli di diverse fedi si comprendano, promuovano la cooperazione e superino la violenza. L’impegno dei religiosi e delle religiose in questa grande e seria questione non fa solo parte della nostra lunga storia: è anche un appello verso il nostro futuro.

ENDNOTES

1. Qui uso “monastico” al posto di monaci dal momento che sia uomini che donne, per es. Buddisti e Cattolici Della Chiesa Cattolica Romana suore e frati hanno partecipato all’Evento Getsemani

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Elias D. Mallon, un Frate dell’ Atonement (Graymoor), ha una laurea in Studi del Vecchio Testamento ed un Dottorato in Lingue Orientali ottenuto presso la Catholic University of America. Ha preparato la sua tesi dottorale e l’ha discussa a Eberhard Karls University a Tubinga, Germania. Ha insegnato all’Università di Washington, Seattle, WA ed ha lavorato per il Segretariato Vaticano per la Promozione dell’Unità dei Cristiani nell’Istituto Ecumenico a Bossey, Svizzera. Padre Mallon ha diretto il Graymoor Ecumenical & Interreligious Institute per undici anni ed è stato coinvolto nel dialogo tra Cattolici/Cristiani/Mussulmani fin dal 1985. E’ autore di diversi libri ed articoli sull’Islam, l’ultimo di essi Islam: What Catholics Need to Know (Washington, DC: National Catholic Education Association, 2006) e “Shiite Muslims—The Party of Aly,” America, 6 Febbraio del 2006.




Una Chiamata ad essere Artefici di Pace:
La Vita Francescana in Missione

Suor Violet Grennan, MFIC

     La chiamata implicita ed esplicita della Regola del nostro Terzo Ordine ad essere artefici di pace non è semplicemente una chiamata opzionale o familiare rivolta a ciascuno ed a tutti i membri del Terzo Ordine Francescano. Celebrare il 25° anniversario della nostra Regola e Vita, indipendentemente dal paese, continente o emisfero in cui viviamo e svolgiamo il nostro apostolato, il rinnovato appello ad essere artefici di pace nel nostro mondo di oggi, ci presenta l’occasione di riesaminare la chiamata e di impegnarci di nuovo a vincere la sfida personale e comunitaria nel 2007, ed oltre.

     La chiamata ad essere artefici di pace contiene senza dubbio un aspetto generico e globale, ma l’espressione specifica di come devono viverla i Francescani e le Francescane la troveremo nei nostri rispettivi ambienti, nel tentativo compiuto da soli ed in gruppo, di seguire i passi di Francesco di Assisi, il cui modello di vita è stato il Dio della pace incarnatosi nella persona di Gesù Cristo. In concreto, il contesto della risposta nella sua totalità alla chiamata è la nostra vita in missione, oggi. Si tratta di una chiamata ed una sfida sine glossa che ci chiedono una risposta concreta e totale.

La Nostra Vita in Comune

     Le prime linee dell’Articolo 30 della Regola del Terzo Ordine ci invitano a quanto segue:

     “Come annunciano la pace con la bocca, così la portino, ed ancora più abbondante, nei loro cuori. Nessuno per causa loro sia provocato all’ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati, per la loro mitezza, alla pace, alla bontà e alla concordia.”

     Francesco conosceva bene la persona, perchè conosceva bene se stesso. Annunciare la pace con le labbra può essere un gesto relativamente facile. Ma averla nel cuore, luogo in cui si generano la pace e la violenza nella nostra vita personale, e tessere i nostri rapporti a partire dal cuore, a volte, suppone un’enorme sfida. E’ spesso proprio nell’arena della nostra vita che sperimentiamo in modo assai concreto la chiamata alla conversione continua, al perdono, alla riconciliazione e, nell’arco della vita, ad essere l’incarnazione della pace.

     Per dare una risposta autentica e riconoscibile alla chiamata ad essere artefici di pace, a divenire l’incarnazione della pace, è fondamentale un modo di rapportarsi con tutta la creazione di Dio che ci identifica come fratelli e sorelle che abbracciano la vita evangelica come la vissero Francesco e Chiara di Assisi. E questo stile di rapportarci è indicato chiaramente nel capitolo della nostra regola che parla della nostra esperienza di fraternità e sororità (Vita Fraterna).

     “Qualora sorgesse tra loro, a motivo di parole o di atteggiamenti, occasione di turbamento, chiedano subito umilmente perdono l’uno all’altro prima di offrire a Dio la loro preghiera” (Art. 24).

     Le parole subito ed umilmente aggiungono un accento concreto alla chiamata a rapportarci in un modo particolare con fratelli e sorelle con cui condividiamo la nostra vita in missione. Questo modo di rapportarci, di essere una viva espressione dei valori e degli atteggiamenti fondamentali dell’esperienza francescana, dà vita e nel tempo sviluppa e sostiene una forma di vita che identifica colui, colei che è l’incarnazione della pace, colui, colei che per mezzo dell’esempio e la parola, segue i passi di Dio nel nostro mondo. E’ un cammino che inizia con se stessi.

     Il sentiero ed il cammino per diventare un uomo di pace non si sono presentati a Francesco naturalmente, come non avviene nemmeno con noi. Generalmente li scopriamo attraverso la conoscenza personale, la sofferenza, l’umiltà, un’esperienza di povertà personale che conduce ad una percezione obiettiva della propria identità, nel renderci conto della verità inerente all’ammonizione di Francesco: “Ciò che una persona è davanti a Dio, questo è e niente di più” (Adm XIV:2). Questo è il vero essere, benedetto e rotto, dotato e vulnerabile, peccatore e redento, che Dio chiama a vivere in rapporto con altri fratelli e sorelle che condividono la nostra comune umanità. Spesso, è in questo circolo di rapporti con le nostre proprie comunità e fraternità, più che nei rapporti inerenti all’apostolato o interpersonali, dove sperimentiamo la grande sfida di vivere l’ideale evangelico presentato nella nostra Regola e Vita.

      Noi donne ed uomini chiamati a diventare l’incarnazione della pace, e desiderosi di esserlo, ci sentiamo interpellati da ciò che dice l’Articolo 24 nel ricordarci che:

     “… Se qualcuno avesse trascurato gravemente gli impegni di vita che ha professato, sia ammonito dal ministro o da coloro che saranno venuti a conoscenza della sua colpa. Però questi non gli procurino vergogna né disonore, ma abbiano grande misericordia verso di lui. Tutti, poi, devono evitare attentamente di adirarsi e di scandalizzarsi per il peccato di qualcuno, poiché l’ira e il turbamento in sé e negli altri impediscono la carità” (Art. 24).

     In questo passaggio della Regola viene implicitamente descritto per noi un modo di rapportarci con coloro che, a volte, è possibile vivano la regola di vita in modo diverso dal prescritto. Il modo di rapportarci che viene incoraggiato evoca una risposta umana e d’amore che ci permette essere in pace con noi stessi e con “l’altro”, piuttosto che una risposta che suppone un giudizio duro, moralistico che “impedisce la carità”. E’ questo “fare spazio per l’altro”, senza riserve, comunque si presenti a noi, che ci distingue e fa di noi seguaci di Gesù Cristo e di Francesco. In diverse occasioni nella vita con i suoi fratelli, Francesco mette in risalto questo modo di rapportarsi con gli altri. Lui sperimentò il suo essere ‘creatura’, la sua vulnerabilità, la sua povertà e l’umiltà nel guardare il volto di Dio e, a sua volta, abbracciò quello stesso ‘essere umani’ nei suoi fratelli. Certamente il secolo, il luogo e le circostanze particolari in cui viviamo differiscono assai dal contesto in cui visse Francesco, ma la chiamata ad “abbracciare l’altro” è tanto valida oggi come allora. Il nostro “abbraccio all’altro” dà testimonianza, per mezzo dell’esempio e della parola, della nostra fedeltà alla visione della vita evangelica vissuta da Francesco, che anelava, desiderava appassionatamente divenire impronta di Dio nel suo tempo e nello spazio in cui viveva.

La Vita Apostolica

     I capitoli della nostra regola che parlano della nostra identità francescana, della nostra vita in comune, dello spirito di preghiera, della povertà, del modo di servire e di lavorare e della nostra vita apostolica prescrivono un modello di vita per quelli e quelle di noi che abbiamo scelto, liberamente, e professiamo seguire la visione evangelica vissuta da Francesco di Assisi. Questo modello di vita, quando è evidenziato dall’esempio e dalla parola, ci identifica in modo particolare come seguaci di questa visione evangelica.

     Noi donne e uomini francescani siamo chiamati non solo ad un rapporto personale con Gesù Cristo ed alla comunione con i nostri fratelli e sorelle, che come noi condividono una vita basata nei voti. La chiamata è inestricabilmente legata alla missione, ad essere in rapporto con tutta la creazione di Dio, in modo tale da essere identificati quali seguaci del Dio della pace e di Francesco di Assisi. La chiamata è alla comunione in missione. Il commento al Capitolo IX La Vita Apostolica, ci ricorda che i capitoli precedenti si centrano sul fondamento della nostra chiamata, la nostra identità francescana, la nostra preghiera, i nostri rapporti di fratelli e sorelle ed il nostro atteggiamento verso il servizio ed il lavoro. Ed è proprio a partire dal vissuto dei valori e degli atteggiamenti presentati in questi capitoli che scaturisce la nostra missione ed il nostro apostolato di artefici di pace. Il mandato che ci viene presentato è chiaro:

     “Infatti, i fratelli e le sorelle sono stati chiamati a curare i feriti, risollevare gli abbattuti e richiamare gli smarriti. E ovunque siano, si ricordino di aver donato se stessi e di aver offerto il proprio corpo al Signore Gesù Cristo. Per suo amore devono esporsi ai nemici visibili e invisibili, poiché dice il Signore: “Beati quelli che sono perseguitati a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli.” (Mt. 5:10).

     Questa missione non è una semplice scelta per coloro che sostengono di abbracciare l’ideale evangelico di Francesco di Assisi, l’uomo di pace. Questa parte della nostra Regola e Vita, come pure molte altre, non si prestano a nessuna ambiguità. Indipendentemente dal luogo geografico in cui ci troviamo, il contesto culturale o l’apostolato specifico in cui ci troviamo, il nostro modo di rapportarci con gente particolare nelle loro rispettive realtà, esigono una risposta generosa e che ci identifica come coloro che diventano un “impronta di Dio” lì dove siamo in missione. Una tale risposta, ci viene ricordato, suppone tra le altre sfide, prepararci attivamente ad esporci a “nemici visibili ed invisibili” all’ “altro”, sia chi sia questo “altro”. Concretamente, nei rispettivi luoghi dove siamo, nelle culture, i luoghi di missione e di apostolato, a chi a coscienza diamo il nome o no di “nemici” e come ci rapportiamo con loro?

     Questa scelta ad abbracciare l”altro” non è sorta spontaneamente in Francesco, come ci viene ricordato nelle prime linee del suo Testamento dove si riferisce al suo primo incontro con il lebbroso. Né sorge spontaneamente in noi l’abbraccio all’ “altro”, cioè ai lebbrosi nostri contemporanei. Per Francesco e per quelli di noi che ci identifichiamo come suoi seguaci, la vita di Gesù presentataci nel vangelo è la nostra cartina. La donazione totale di Gesù, concretamente evidenziata nella sua vita, passione e morte è il modello di vita che abbracciamo. E’ l’insegnamento e l’esempio di una risposta concreta e totale.

     Le parole completamente e totalmente, o comunque il loro significato presente in questo passaggio della nostra Regola e Vita servono per ricordare che siamo disposti/e ad abbracciare questo stile di vita e a ricordare le parole di Francesco ai suoi seguaci: “Non trattenere nulla per te in modo che Colui che si è dato totalmente a te, ti riceva totalmente” (EpOrd 29). Per Francesco, che aveva sperimentato il dono totale di Dio nella persona di Gesù Cristo nel sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo e sulla croce, solo è possibile una risposta totale, un darsi totalmente per gli altri. E’ lo stesso per noi?

     Il modo particolare in cui svolgiamo la nostra missione di andare “tra la gente” è descritto nel Capitolo V della Regola del Terzo Ordine “Come servire e lavorare”:

     “I fratelli e le sorelle siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando a tutti dignitosamente, come si conviene. E dovunque si trovino o vadano per il mondo, non litighino ed evitino dispute di parole, e non giudichino gli altri; piuttosto si mostrino lieti nel Signore, ilari e garbatamente cortesi. E rivolgano il saluto: il Signore ti dia pace!” (Art 20).

     Detto semplicemente, un vero saluto di pace è credibile solo quando coloro a cui viene rivolto vedono e sperimentano la nostra gioia e la nostra pace mentre ci moviamo “tra loro”. Non importa che i loro valori, i loro atteggiamenti, il loro stile di vita o le loro credenze religiose siano diversi, noi non giudichiamo, non cerchiamo di imporre le nostre strutture o i nostri credi. Ma nemmeno neghiamo la nostra fede religiosa ed i nostri valori; piuttosto andiamo all’incontro degli altri dove sono, facendo in noi spazio per loro, ascoltando le loro parole e dicendo loro una parola di pace. Il commento della nostra Regola TOR ci ricorda che “Francesco credette che non dovremmo giudicare gli altri anche se sembrano non toccati dal vangelo (cf. RB 2:17). Dovrebbero essere toccati, invece, dalla nostra testimonianza di allegria nel Signore. E ciò solo rende credibile il nostro saluto di pace” (TOR Commento,p. 37).

Conclusione

     Da queste riflessioni sulla chiamata ad essere artefici di pace, che è un tema della Regola del nostro Terzo Ordine, centrata più specificamente nei Capitoli V, VII e IX, emergono cinque valori fondamentali per la nostra Vita Francescana in Missione:

● La vita in missione è una chiamata alla conversione continua (penitenza); ad essere aperti/e ad ascoltare, credere ed obbedire allo Spirito attivo in ogni dimensione dell’esistenza umana ed in particolare attivo nella conversazione e nell’impegno con gli altri e “l’atro” nel servizio e nella comunione.
● La nostra vita in comunità/fraternità è il nostro mezzo principale per dare testimonianza, con l’esempio e la parola, del vangelo di Gesù Cristo.
● Essere missionario/a vuol dire andare “tra la gente” per essere con loro, fratelli e sorelle, che vivono il vangelo.
● Il nostro rapporto con gli altri è ciò che meglio manifesta un approccio francescano al ministero. Si tratta di creare spazi dove le persone possano raggiungere la loro pienezza di figli e figlie di Dio.
● La chiamata ad essere artefici di pace nel nostro mondo è un cammino che dura tutta la vita per diventare l’incarnazione della pace ed inizia con se stessi.

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Suor Violet Grennan, FMIC, è membro delle Suore Francescane Missionarie dell’Immacolata Concezione, ed ha appena completato il servizio di consigliera generale a Roma. Attualmente trascorre un periodo sabbatico in Irlanda.








L’Ecologia Latino-Americana e
la Cosmovisione Francescana

Prof. Ricardo Antonio Rodríguez
     

     In America del Sud, l’antica corsa all’oro, all’argento, ai diamanti e ad un’infinità di metalli, di minerali, etc., imposero alla nostra cultura una tortura indescrivibile, ancora presente in diverse regioni. Non solo per la devastazione in sé, bensì soprattutto perché questi beni non sono stati messi al servizio del miglioramento della vita degli abitanti del luogo. Pensiamo al Brasile, all’oro estratto dal nostro suolo: quest’oro non ha certo migliorato la qualità di vita delle persone coinvolte nel processo di estrazione, mentre ha notevolmente arricchito altre regioni del mondo, per esempio alcune regioni dell’Europa. Secondo Rotzetter, il capitalismo stesso ha accentuato queste differenze ed ha proposto una dottrina di espropriazione e di dominio. Stando così le cose, è importante il ruolo del pensiero francescano quale strumento per la costruzione della pace, e vedere come agì Francesco dinanzi alle sfide del suo tempo.

      Da San Francesco di Assisi possiamo imparare che i beni materiali dovrebbero essere un mezzo per promuovere la vita (Test 16, RnB 2,4), giacchè questi beni vengono da Dio (Ad 2,3 e RnB 17, 17) e sono meno importanti delle persone (2Cel 80, 2). Purtroppo l’umanità non è ancora riuscita a capire questo legame. E forse non tanto per la cattiva volontà della grande massa della popolazione, ma bensì perché i governanti, in generale, sono assai più interessati a servirsi del potere, insieme ai loro alleati, che a fare del potere una possibilità per migliorare il bene comune (AP 11, 1.10).

      La tesi francescana della povertà è presente nell’atteggiamento di Francesco, quando identifica l’umanità con il lebbroso (1Cel 17,4). Trascende, così, il concetto di ‘umanità’ e percepisce in quell’uomo in stato lamentevole la presenza di Cristo (LM 1,6,2). Questa esperienza è fondamentale. Così ci rendiamo conto che non basta guardare le persone, ma dobbiamo vedere oltre la persona stessa, scorgendo una dimensione che ci unisce e ci riguarda (CA 64, 1ss), una dignità o la sua mancanza, che ci responsabilizza e ci lega. E’ necessario vedere oltre ciò che si vede, è necessario vedere nel dolore degli esseri umani, il doloro di Cristo.

     In questo caso, in un mondo dominato dal materialismo e dal denaro, in cui i mezzi tendono a diventare fini, le persone corrono il rischio di essere strumentalizzate, cioè di essere considerate lo strumento e non il fine del processo tecnico-scientifico. Dinanzi a questa realtà l’atteggiamento francescano può risvegliarci da un sonno profondo. Non basta discutere sull’ecologia nelle scuole e nelle università, dobbiamo prendere in considerazione anche l’essere umano dimenticato (RB 4, 2; RnB 8, 3.7), immerso nell’universo delle possibilità e delle determinazioni. Se per Goya il sonno della ragione produce mostri, possiamo dedurne che anche il sonno della sensibilità umana produce mostri ugualmente o ancora più pericolosi. Abbiamo quindi bisogno di recuperare la nostra dimensione ontologica della cura di coloro che soffrono (2Cel 22,2; 2Cel 85,8; RnB 8, 3), ricollocare ciò che è umano nel centro del processo ecologico.

     La riconquista di ciò che è umano può veramente rappresentare una nuova possibilità di rapporto con il medio ambiente (Ad 1, 19-20; 5,1; 1Cel 82,1;3Cel 1,3).

     La mancanza di accesso ai mezzi di vita quali per esempio il lavoro, e perfino la mancanza di qualifica, fanno sì che le donne e gli uomini diventino i lebbrosi del tempo di Francesco. Ciò che ha diminuito notevolmente queste esagerazioni, è la crescente ricerca di un nuovo spirito, e ciò comincia a ribaltare il processo che dava priorità solo alla ricchezza economica in detrimento delle persone. Possiamo contare innumerevoli esperienze ben riuscite di progresso economico in sintonia con l’auto-sostenibilità, in tutte le regioni del nostro continente e, principalmente in Brasile, il pensiero francescano è diventato la mistica della ricostruzione di una nuova etica, fondata in una nuova ottica.

      La nudità di Francesco (1Cel 15,1-3; 2Cel 194,1) dinanzi ad una società e dinanzi ad un padre, anche loro perduti nei loro affari, invischiati nella rete della produttività, ci fa pensare da un lato all’essere umano diminuito, profondamente ferito nella sua identità umana, dall’altro riapre dinanzi a noi il sentiero della speranza. Perché la cultura è il risultato di ciò che scegliamo e di ciò che capiamo.

     Nel modo di essere di San Francesco di Assisi c’è una rottura profonda con i cavilli ed i meccanismi che soggiogano l’umano e se vogliamo costruire una nuova società abbiamo bisogno di disfarci dei vecchi abiti; se vogliamo costruire una nuova società in cui l’agnello ed il lupo vivano pacificamente insieme, abbiamo bisogno di mutare il nostro modo di fare. Uomini nuovi, donne nuove capaci di dar vita ad un modo nuovo di affrontare l’esistenza umana.

     Se nel nostro continente vogliamo intensificare il senso di ciò che è umano e costruire una nuova società, una società di esseri umani nuovi, come dice San Paolo (Ef 2, 11-22), abbiamo bisogno di rompere le catene che legano e diminuiscono la grandezza umana (RSC 6, 1).

     Se, da un lato, non dobbiamo ridurre il vangelo appena ad una bandiera socialista, dall’altro dinanzi all’atteggiamento ecologico di Francesco, amare e servire il vangelo dimenticando gli esclusi vuol dire essere irrazionali dal punto di vista filosofico ed eretici dal punto di vista teologico.

     In Francesco, cielo e terra si incontrano. Gli ideali evangelici dell’amore e della pace, quando toccano l’umano, gettano le fondamenta di un modo di pensare, di celebrare, di agire e di vivere che, inevitabilmente, trasforma in un modo o nell’altro la vita della società. Dobbiamo imparare con Francesco una nuova e vecchia forma di amare più gli altri che il proprio sapere. Sentire più la vita ed i suoi legami, le sue connessioni.

      All’epoca di San Francisco di Assisi la lebbra era una forma di esclusione, di disprezzo per molti che si dicevano seguaci del vangelo. Nel bacio dato al lebbroso (2Cel 9,9-11) e nel riferimento a loro (2EP 58, 1ss), San Francesco ci insegna ciò che è necessario vedere oltre l’immanenza.

     Non ha senso nel trattare l’ecologia contemplare solamente gli animali, le piante, i fiumi, gli arbusti. Dobbiamo partire dall’essere umano, elemento fondamentale, integratore, responsabile e maggiormente interessato della manutenzione e del rispetto dell’ecosistema, poiché la qualità di vita dipende dal medio ambiente.

     Francesco raccomanda ai suoi frati di non possedere animali (RnB 15,1) e proibisce loro perfino di andare a cavallo (RnB 15,2). Giunge fino al limite di ribaltare la logica relazionale, dicendo che noi dovremmo sottometterci agli animali e non soggiogarli (SV 17).

     In moltissimi lavori di tipo sociale e comunitario, in progetti educativi, ambientali e pastorali, etc., la Famiglia Francescana ha appoggiato, sostenuto e costruito prospettive più umane e solidali, aiutando dal nord al sud, dall’ovest all’est a dar vita ad una società più pacifica, più giusta e più fraterna.

     La mistica della creazione, basata nella spiritualità francescana, può condurci all’auto sostenibilità in un modo nuovo e saggio. E tutto ciò dando alla nostra esistenza un senso ricco e pieno di significati, simile all’espressione ed all’idea contenute nel Cantico di Fratello Sole. Guardando tutto e tutti con un desiderio profondo di lode, lasciandoci affascinare.

Orientamento Bibliografico:

FONTI FRANCESCANE E DI SANTA CHIARA. Presentazione di Sergio M. Dal Moro; traduzione di Celso Márcio Teixeira [et.al.], Petrópolis: RJ, Vozes, 2004

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Ricardo Antonio Rodrigues e Professore del Centro Universitário Franciscano e del Collegio Francescano Sant’Anna, Santa Maria, Rio Grande do Sul, Brasile.




Congregazione Clarissa Francescana tra i poveri in Kenya

“Ciò che avete fatto agli ultimi, a melo avete fatto” (Mt 25:40)

Suor Mello, FCC

     Le discussioni e le decisioni del Capitolo Generale dell’anno 1986 invitarono i membri ad andare verso il luogo più dimenticato del mondo. Le parole del Signore riecheggiarono nel cuore di molte suore dando loro inspirazione, energia e forza per affrontare qualsiasi rischio, pur di migliorare la vita dei fratelli meno privilegiati del Kenya.

     E così nell’anno 1989, fu piantato un piccolo seme della Congregazione Clarissa Francescana nel suolo della Parrocchia di Mbiuni, nella Diocesi di Machakos, in Kenya. Rispondendo alla chiamata del Signore, quattro suore si misero al servizio della popolazione del Kenya in diversi campi apostolici. Questo piccolo seme si è moltiplicato e continua a crescere, ed è diventato ora un grande albero i cui rami si estendono nelle più remote zone del Kenya. Attualmente ci sono 48 suore di voti perpetui (dell’India) e 7 suore (del Kenya) che hanno professato i primi voti. Svolgono diverse attività apostoliche in 5 diocesi del paese. Speriamo di poter rispondere ai bisogni della gente e portare loro la Buona Notizia di Gesù, notizia che rende liberi, estendendo così il nostro servizio.

Luoghi scelti dalle Suore della CCF per svolgere il loro servizio.

     La zona in cui le suore si sono inserite all’inizio della loro missione era una zona selvaggia, abitata da animali selvaggi. Non c’era elettricità, né acqua, meno ancora facilità di trasporto. Si trattava veramente di un angolo buio. In generale i terreni vengono classificati come terreni aridi o semi-aridi. L’agricoltura è la principale fonte di reddito e quindi gli agricoltori dipendono totalmente dalla pioggia. Tutta la zona è coperta da arbusti e da vasti campi usati dalla gente del luogo per il pascolo del bestiame.

     Ciò non ha fermato le suore nel loro desiderio gioioso e generoso di servizio. Impressionate dal lavoro svolto dalle suore, molte sono state le persone che le hanno avvicinate per chiedere loro di estendere il loro servizio in diversi luoghi dove poter lavorare per lo sviluppo integrale delle persone. Ci sono vescovi di altre diocesi che chiedono la presenza delle suore nelle loro parrocchie. Ecco i campi di apostolato delle Suore della Congregazione Clarissa Francescana:

     1 Educazione, offrire ai bambini un’educazione di qualità, fin dalla scuola materna.
     2 Salute – lavoro nei dispensari e negli ospedali. Le suore lavorano anche recandosi
      con una clinica ‘ambulante’ nei      luoghi più remoti dove le persone non hanno la possibilità
      di raggiungere ospedali o dispensari.
     3 Centri di Riabilitazione per disabili fisici e mentali.
     4 Centri per bambini orfani e per anziani senza famiglia o di cui nessuno prende cura.
     5 Recupero dei bambini della strada. E’ veramente meritevole la pazienza, la tolleranza con cui
      le suore trattano questi bambini.

Condizione Socio-Economica dove è radicata la Congregazione:

     La maggior parte dei nostri campi di attività si centra vicino alle montagne e nelle zone meno sviluppate del Kenya. La gente attorno a noi è molto povera, si tratta quasi sempre di agricoltori emarginati, pochissimi sono gli appartenenti ad altre categorie sociali. La gente soffre moltissimo per il mancato raccolto e molti sono vittime di malattie mortali quali la malaria, la febbre gialla, la tubercolosi ed ora anche l’AIDS.

     Il trasporto costituisce un grande problema. Generalmente nelle zone rurali il mezzo più comune di trasporto è la bicicletta. Non ci sono strade di cemento ovviamente, e durante la stagione delle piogge tutto si ricopre di fango che impedisce il transito, rendendolo impossibile.

      In Kenya l’educazione è molto cara. Ci sono scuole pubbliche e private, ma molti bambini non vanno a scuola e non ricevono nessun tipo di educazione perché la scuola più vicina dista molti chilometri dalla loro casa. Da poco l’insegnamento nelle scuole elementari è gratuito e quindi l’accesso è aumentato, ma la qualità lascia ancora molto da desiderare. Molte delle nostre suore si offrono volontarie per insegnare, per alzare il livello dell’educazione fin dai primi anni. Ci è stato fatto dono di un terreno per creare una scuola ed educare bambini. E’ una gioia osservare e vedere come imparano e migliorano il loro stile di vita, i loro modelli di comportamento nonostante l’ambiente che li circonda.

Alcune particolarità e problemi connessi

     La poligamia è qui culturalmente accettata e spesso riduce la dignità delle donne e del matrimonio. Il risultato è che un gran numero di bambini che nascono non sono desiderati, né amati. I mali sociali connessi con la vita familiare sono molti e variegati. La poligamia, le ragazze madri, il divorzio, la morte prematura di genitori, la morte prematura di adolescenti, tutto ciò lascia dietro di sé molti problemi, molti orfani nella società, bambini non desiderati e non amati.

     Questi bambini soffrono molto a causa degli errori dei loro genitori, non dei loro errori. E con il tempo diventano una grande minaccia per le famiglie, le società e la nazione in senso lato. La loro educazione è abbandonata, e quindi sono disposti a qualsiasi tipo di azione, a malattie ed a cattive tendenze come rubare, bere, violare, drogarsi, etc. perché, detto in breve, la loro crescita culturale, fisica, emotiva, mentale, morale è veramente oscura e disperata.

      Per attenuare le sofferenze di questi bambini abbandonati e per alzare il livello di vita di quelli meno fortunati per lo meno nella misura del possibile, si fanno avanti molte organizzazioni. E la nostra Congregazione non rimane indietro. La forza motrice dietro tutti questi progetti è la promozione dello sviluppo socio-economico di questi afflitti, dando loro buone possibilità educative per assicurare il loro sviluppo integrale e la loro crescita. Abbiamo già iniziato a lavorare nei centri di riabilitazione, dove ai bambini dimenticati, non desiderati e vittime di abuso è dato un ambiente confortevole, sano, che li aiuti ad apprendere e strutture accettabili per la loro crescita ed il loro sviluppo armoniosi.

      Non dimentichiamo nemmeno le persone anziane della società. Le visite a domicilio ci hanno fatto comprendere le situazioni tragiche delle famiglie. I nostri occhi hanno visto molte persone anziane dimenticate ed abbandonate nelle loro case. Molte di loro hanno sete di Amore e di Luce. Il nostro centro per persone anziane accoglie in questo momento alcune donne anziane.

Assistenza medica

     La malaria è la malattia tropicale tipica del Kenya. Ogni giorno aumentano i casi di AIDS. Il governo si sta occupando di questa malattia che falcia molte vittime. Arrivano anche fondi stranieri per curare questi malati particolari, ma l’indice di mortalità è ancora molto alto. Il denaro non è problema per noi per fare qualcosa di buono per i poveri. L’unica cosa necessaria è cercare il giusto canale e lavorare per la giusta causa.

      Nelle zone rurali mancano dispensari. Negli ospedali le medicine e le cure sono molto costose. I nostri dispensari nelle zone rurali sono una grazia per molte persone afflitte e ferite, di questi luoghi remoti. Le agenzie locali e straniere sono pronte a dare denaro alle organizzazioni che vengono determinate a lavorare per i poveri.

Conclusione

     Seguendo lo spirito del nostro Padre Francesco e di Madre Chiara ed anche piene dello zelo che ha caratterizzato le nostre madri fondatrici, le nostre sorelle si dedicano con entusiasmo a lavorare in questi campi. Con vero spirito di dedizione si occupano di persone abbandonate, disprezzate, povere, deboli ed afflitte. Molti sacerdoti e dignitari locali apprezzano il nostro stile di vita. E sono molti coloro che vogliono conoscere di più il nostro Carisma. Sono sicuri che le suore della nostra Congregazione sono al servizio dei poveri non per fini commerciali, ma per motivi a loro sconosciuti e nascosti. Noi speriamo di stare compiendo la missione di Nostro Signore, Gesù, che scelse il cammino dell’umiltà e della povertà, il cammino della crocifissione. Noi suore siamo contente, quando vediamo con i nostri occhi il beneficio che gli ultimi della società traggono dal nostro umile servizio. L’impatto assai positivo su queste persone ci riempie di forza per andare ed estendere sempre di più i nostri servizi.


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Suor Mello, FCC, è un membro della Congregazione Clarissa Francescana a Kerala, in India. Il Consiglio Generale della sua Congregazione l’ha nominata coordinatrice in Africa, fin dal 2000. Da 15 anni è missionaria in Kenya. Precedentemente ha insegnato nelle scuole superiori ed è stata Provinciale.




Articolo Collettivo 1

Rilevanza della Spiritualità Francescana nel Futuro
Nuovi Modi di Vivere (Esprimere) la Spiritualità Francescana

Suor Maria Stella Carta, SSM
 

     Il Signore ci dona di festeggiare il “giubileo” della Regola TOR: tempo di grazia ma anche di riflessione e di sintesi.

     Il desiderio di continuare a condividere il carisma francescano, ci porta ad interrogarci sulla rilevanza della spiritualità francescana nel futuro e sulle possibili modalità per renderla visibile e concreta. Ciò vuol dire che ci si chiede che, se esiste futuro per la nostra spiritualità, come sarà, e quali saranno i cardini su cui poggerà.

     Nella coscienza che il nostro carisma e, dunque, la sua vitalità nonché il suo sussistere, sono nelle mani del Signore, proviamo a cercare risposta a tale riflessione.

     La Regola TOR esplicita un nucleo fondamentale e identificativo di tutta la nostra spiritualità:

     “La regola e vita dei fratelli e delle sorelle del Terzo Ordine Regolare di San Francesco è questa: osservare il Santo Vangelo, del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, in povertà e in castità” (n. 1). Non c’è, forse, spiritualità più semplice (nel senso etimologico del termine simplex = senza pieghe), di quella francescana che si propone, fin dalle origini, di osservare il Santo Vangelo. È il cuore, il fulcro, il senso, il fine del carisma francescano, ed è possibile viverlo in ogni tempo e luogo. È dono ma allo stesso tempo, compito, che lo Spirito ha affidato a Francesco, e a quanti lo hanno seguito e lo seguono, dono che va a beneficio della Chiesa intera. È, dunque, la possibilità di questa osservanza che ci permette di poter pensare alla rilevanza della nostra spiritualità in un futuro immediato, ma anche a venire.

     La speranza spinge, quindi, a dirsi, nella verità, che la presenza e l’incidenza della spiritualità francescana, nella Chiesa e nella storia, saranno intimamente legate all’amore e alla fedeltà al Vangelo, alla scelta radicale del Vangelo in toto e sine glossa.

     Cosa ha significato, per Francesco, l’osservare il Santo Vangelo se non il lasciarsi trasformare nel corpo e nello spirito in un alter Christus? Così per noi, che ne condividiamo il carisma, vuol dire accogliere la chiamata a divenire conformi al Signore Gesù Cristo, e questa trasformazione avviene nella relazione, vitale e salvifica per me e per gli altri, con il Risorto.

     È in questa osservanza che si sviluppa e vive la fedeltà alla Chiesa e trova modo di esprimersi nell’amore per i più poveri: “I fratelli e le sorelle sono chiamati a curare i feriti, risollevare gli abbattuti e richiamare gli smarriti” ( n. 30).

     Tale amore per il prossimo è incastonato nell’amore alla Chiesa: “ I fratelli e le sorelle promettono obbedienza e riverenza al Papa e alla Chiesa Cattolica (…), promuovano sempre l’unità e la comunione con tutti i membri della famiglia francescana” (n. 3) e “sempre sudditi alla santa Chiesa e saldi nella fede cattolica, osservino la povertà, l’umiltà e il Santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo” (n. 32). Probabilmente la fedeltà alla Chiesa e l’amore ai più poveri, continueranno ad essere le vie privilegiate attraverso cui verranno nuove modalità per vivere e esprimere la nostra spiritualità.

     È nel nostro essere fratelli e sorelle, cioè persone chiamate a costruire relazioni di comunione e di carità, che possiamo curare i feriti, risollevare gli abbattuti, e richiamare gli smarriti. Proprio perché francescani, non possiamo restare insensibili o indifferenti davanti ad un’umanità sempre più smarrita, ferita, abbattuta, disorientata, che ha perso la Via, non più guidata dalla Verità, e che non conosce più il valore della Vita. È questo “grido” che ci interpella a lasciare che in noi, tanti fratelli e sorelle, possano scoprire l’incontrabilità di Dio. La via e il modo ce li insegna il Signore stesso: è la logica dell’Incarnazione, dell’amore che spinge a condividere e a farsi carico. Mentre l’umanità resta sempre più segnata dalla logica dell’egoismo e dell’individualismo, il carisma francescano è chiamato a cercare modalità, sempre più autentiche, di comunione e di fedeltà alla Chiesa. Questo ad iniziare dalle nostre fraternità: occorre mettersi in un atteggiamento di accoglienza dello Spirito che soffia e ci spinge sempre verso il bene dell’uomo e della chiesa.

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Sister Maria Stella Carta, SSM. Suore della SS.ma Madre dell Addolorata.





Articolo Collettivo 2

Tibor Kauser, SFO

“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità.”

(1Cor. 13, 12-13.)



     Guardando verso il futuro... Nessuno può vedere come sarà la spiritualità nel futuro. Ma, secondo me, ci sono alcuni punti importanti che devono essere presi in considerazione.

Eccone alcuni:

Essere umani nel mondo
, vivendo come tanti e tanti milioni di figli di Dio, è il primo aspetto della nostra vocazione. Incoraggio tutti voi a sperimentare, vivere e mostrare l’amore divino che ci ha creati e ci sta amando con il suo amore paterno. E’ così semplice riconoscere che Dio è Padre e che noi tutti siamo unici, irripetibili. Ognuno di noi deve riconoscere questa dignità, esserne orgoglioso e rispettarla negli altri.

Essere cristiani nel mondo per me significa vivere la gioia di essere redenti, e fare del mio meglio affinché altri se ne rendano conto. Fin dal momento del nostro battesimo, questo aspetto della nostra vita è l’aspetto principale, come dire la prima fase della nostra vita eterna. E nulla deve essere per noi più importante in questo mondo, se non essere testimoni del vangelo, nella nostra preghiera, nel nostro lavoro, nella nostra comunità.

Essere Francescani nel mondo sembra essere più evidente, poiché abbiamo un serafico padre, che ci ha dato un esempio di come seguire i passi di Cristo. Ma per noi Francescani e Francescane c’è sempre stata la tentazione di seguire Francesco al posto di Cristo. Forse è bene prestare attenzione a questo aspetto. Poiché la direzione del mondo attuale si allontana da Dio, dobbiamo essere sempre più convinti della nostra vocazione che deve essere diretta verso Cristo. Quando guardiamo Francesco, dobbiamo ricordare che la nostra attenzione deve essere centrata sempre in Cristo, e che la nostra vocazione Francescana è uno stile di vita, un punto di partenza non una finalità. Come disse Francesco: “Fratelli incominciamo ad amare....".

     Bene, ma come farlo? Quali potrebbero essere le attuali esigenze del mondo, che indicano un cammino verso il futuro? Cerco di condividere con voi alcune mie semplici idee.

Pensare globalmente – agire localmente. Lo stato attuale del mondo è diverso. Lo vediamo ovunque: si pensa localmente, si agisce globalmente. Sia l’economia, come la cultura, ed a volte anche la religione, sembrano dimenticare la persona, l’individuo, il beneficio del singolo. Più le cose sono diffuse, più è grande la perdita nell’ambito delle relazioni. Senza negare l’utilità delle azioni globali, la nostra vocazione è più portata a scoprire i bisogni locali. I nostri piccoli passi sono come l’obolo della vedova.

Il modo di pensare individuale attuale perde di vista i legami fraterni e ci separa. Spesso questa separazione avviene anche nei confronti di Dio. Per questo la fraternità è così importante, perché i legami che si stringono tra le persone rafforzano anche i legami tra Dio e l’uomo. Ed anche viceversa: chiunque si unisce a Dio con la preghiera e la contemplazione, è uno strumento di Dio nella vita fraterna, nelle relazioni umane.

Il pensiero liberale, il liberalismo spesso assume la forma della libertà di Dio. La libertà è sempre la stessa, si dice, ma lo è realmente? L’unica vera libertà è quella dei figli di Dio. Chi è il centro? Il Signore o lo sono io? Essere libero significa che io accetto che è Dio che mi dà la sua legge ed il suo amore. E non come il mondo dice oggi: le tue leggi, il tuo amore. Invece di girare attorno a me stesso, Dio mi da una prospettiva, uno scopo, una direzione. Invece di un cul-de-sac, abbiamo un cammino che vale la pena percorrere. E’ l’unico cammino che ci conduce verso il futuro.

     Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato i movimenti spirituali e gli ordini religiosi a riscoprire le radici della loro spiritualità. Io vi invito a riconsiderare la nostra ricca tradizione e le molte cose che possiamo imparare da coloro che ci hanno preceduto.

     Da Francesco, che ci ha fatto scoprire che Dio è un padre e che noi siamo tutti suoi figli. Questa fraternità, questa fratellanza con tutte le creature è per noi garanzia di futuro.

     Da San Bernardino da Siena che dirige i nostri occhi verso il nome di Gesù, e ci fa ricordare che la nostra fede, la nostra religione ha una Persona nel centro e non una semplice teoria. Solamente una persona può amare, con un amore che dura per sempre.

      Da Santa Isabella d’Ungheria, che in tutti gli stati della sua vita, rimase convinta del fatto che Dio non abbandona mai nessuno.

      Apprendiamo dal passato, viviamo il presente, guardiamo verso il futuro. E che questo apprendere, vivere e guardare ci ispirino ad andare a fondo, a gettare le reti al largo.

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Tibor Kaiser, OFS, vive in Ungheria. Francescano Secolare per 18 anni. Di professione, architetto.







Articolo Collettivo 3

Fra’ Xavier Anthony, CMSF

     “Relazione” è il modo migliore per rispondere alla domanda: Oggi, la Spiritualità Francescana è rilevante? Se la risposta è sì, come lo è? Vorrei spiegare il concetto di Relazione. I teologi cristiani sostengono che tutta la teologia Cristiana può essere riassunta nella parola ‘Relazione’. Colui, colei che è in relazione con Dio si trova in uno stato di grazia. Nella misura in cui la teologia cristiana è una riflessione di fede e la fede è l’espressione di una profonda relazione con Dio, possiamo dire che la Grazia è una relazione. San Francesco d’Assisi è vissuto sempre nella grazia, in relazione con Dio, con la gente e con tutta la creazione. E’ bene tenere in mente che avere una relazione è totalmente diverso dall’essere in relazione, come Joanne Brazinski OFS dice nel suo articolo “Essere Francescano/a significa essere in relazione”. Essere in relazione evoca in noi un senso della presenza, dell’identità e dell’esistenza dell’altro. Avere una relazione può connotare l’idea di possedere o il desiderio di tenere per sé, o di afferrare. In generale, quando ho qualcosa, è per il mio uso personale.

     Nel caso di San Francesco, il suo ‘essere in relazione’ è stato evidente in tutta la sua vita. I suoi scritti: Laudi e Preghiere, le Ammonizioni, il Cantico delle creature, le Regole, il Testamento e perfino le Biografie ci offrono un’idea chiara di un uomo in profonda relazione con Dio. La Paternità di Dio e la Fraternità (Amore Fraterno) di Gesù, fa considerare a Francesco tutto l’universo come una fraternità, e perfino famiglia di Fratelli e Sorelle. Le Caratteristiche della Fraternità Francescana, in cui si scorgono tracce abbondanti della nozione di relazione, ci fanno capire meglio il concetto di una relazione impregnata nella Fratellanza e Sorellanza Francescana.

     La Fraternità Francescana era radicata nella Carità Evangelica (Rnb.9.13, Rb.6, 10,1Cel.38). C’era un’ Accettazione Mutua nella Fraternità Francescana che perfino Santa Chiara adottò nella sua comunità (C.Assi.51, 1Test.). Il Rispetto Reciproco e la lealtà verso tutti era il marchio della Comunità Francescana (Am.15, Rb.7). La Disponibiltà gli uni verso gli altri è inerente quando si rinuncia a tutto e si segue il Signore. Una Rinuncia totale ci rende disponibili ad aiutare e collaborare con gli altri. Il detto “la povertà unisce e la `ricchezza divide ed aliena” trova il suo posto qui (Rnb.9, 3,2Cel.180). L’uguaglianza totale che invita a non fare distinzioni tra grandi e piccoli, persone colte ed incolte, saggi ed ignoranti, superiori ed inferiori, è un bel concetto nella Fraternità Francescana (2Cel.191). E’ in questo senso che Francesco trasmette l’idea che i superiori sono servi di tutti (Rnb.6,3). Il Dialogo e l’Incontro Fraterno sono le altre principali caratteristiche che possiamo trovare nella Fraternità Francescana. Una persona che ascolta la parola di Dio e la medita dialoga con Dio e con gli altri (1Cel.20, 30.Rnb.18). Questo dialogo con Dio dovrebbe estendersi alle genti di tutte le fedi, religioni, denominazioni ed anche alle creature. E così vediamo che la Fraternità Francescana era aperta a tutti: ai ladri, ai briganti, agli amici ed ai forestieri, ai malati (lebbrosi) ed ai sani, ai poveri ed ai ricchi (Rnb.7, 15). San Francesco ordinò con fermezza ai suoi Frati di essere gentili con tutti e di rispettare tutti, come sono, con le loro forze e le loro debolezze (Rb.3, 11-12). Così la Fraternità Francescana è aperta a tutti, perfino alle creature (1Cel.60, 61, 77-79).

     Vivere queste caratteristiche ed essere in relazione di Fratellanza e Sorellanza, basata quindi anche nel Vangelo, (cfr.Gv. 15,12, Lc.6,27, Gv.17,21, Mt.18,22, Mt.5,41) è il modo migliore ed anche il cammino nuovo per vivere la Spiritualità Francescana. Incarnare questi valori Francescani nella nostra vita farà di noi sicuramente veri/e Francescani/e, e vivere questi valori in modo che tutto il popolo di Dio possa vederli e sperimentarli chiarirà il dubbio sull’importanza della Spiritualità Francescana. In questa era nucleare sappiamo come ridurre a pezzi l’umanità, ma non sappiamo poi rimettere insieme i pezzi! Lo scopo della Spiritualità, della Spiritualità Francescana è proprio: rimettere insieme i pezzi rotti.

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Xavier Antony, CMSF, frequenta l’ultimo anno di Spiritualità Francescana presso la Pontificia Università Antonianum, Roma. Appartiene alla Congregazione dei Fratelli Francescani Missionari, fondata nel 1901 per lo viluppo dell’India. E’ formatore e come tale ha aiutato in molte case di formazione della congregazione, per diversi anni.







LI fratelli e le sorelle siano miti,
pacifici e modesti,
modesti e umili,
parlando a tutti dignitosamente,
come si conviene.

(Regola TOR, 20)





Since the Trinity is the source of our mission
for peace, We, the Brothers and Sisters
of the Third Order Regular of St. Francis,
are called to Incarnate the Gospel “of Our Lord Jesus Christ, through whom all things
in Heaven and Earth have been brought to Peace and Reconciliation”.
(TOR Rule,12)







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