![]() Nome Pubblicazione PROPOSITUM Vol. 11 - N. 1 - Giugno 2008 |
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Il Rapporto con Dio, Base della Fraternità
Fr. Michael J. Higgins, TOR
“Il Signore mi Dette dei Fratelli…”(Test 14)
Suor Rossana Villablanca, OSF
La Fraternità Francescana Aperta aTutti
Suor Daria Koottiyaniyil, FCC
La Fraternità Francescana:
Comunione nella Diversità
Suor Mary Elizabeth Imler, OSF
Fraternità – Una Prospettiva
Francescana Secolare
Geiger Joan, SFO
La Fraternità Francescana - Una Sfida
Fr. Andreas Muller, OFM

I Fratelli e le sorelle lodino il Signore, re del cielo e della terra, insieme con tutte le sue creature, e gli rendano grazie.
(Tor Regola, 10)
“I fratelli e le sorelle si amino a vicenda per amore di Dio, come dice il Signore: questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Regola TOR 7, 23)
Questo numero di propositum richiama la nostra attenzione sulla Fraternità Francescana. Da diverse angolature, gli autori osservano come possiamo vivere oggi la fraternità francescana, in un mondo dove la pace globale è disturbata in tanti modi. La visione di fraternità che ha Francesco è stata per lui una sfida, e lo continua ad essere per noi, nel nostro tempo.
In questo numero sono stati pubblicati sei articoli che trattano diversi aspetti della fraternità francescana. Il padre Michael J. Higgins, TOR, esamina come Francesco ha affrontato due tra i più importanti campi della discussione teologica cristiana lungo i secoli: Chi è Dio? Qual è la risposta adeguata da parte dell’uomo nei confronti di Dio? Suor Rossana, OSF, indica che la fraternità è un dono di Dio, e che l’iniziativa divina si fa sentire in un cuore disponibile. Un cuore pronto ed aperto. Suor Daria Koottiyaniyil, FCC, offre un articolo che tratta il tema della visione universale che Francesco aveva della fraternità. Il beato Francesco ha saputo vedere la bontà di Dio riflessa non solo nella sua anima, ma in tutta la creazione. Secondo Suor Mary Elizabeth Imler, OSF, la vita francescana è una comunione basata non solo in una struttura o in un funzionamento, ma anche e soprattutto nelle relazioni. Joan Geiger, SFO, condivide la sua esperienza di fraternità a livello locale, regionale, nazionale ed internazionale partendo da una prospettiva francescana secolare. Il padre Andreas Muller, OFM, nel suo articolo “La fraternità francescana: una sfida” sottolinea la necessità di un cambiamento rivoluzionario nella società e nella Chiesa, come avvenne al tempo di Francesco, per poter vivere oggi la fraternità francescana.
Il mio grazie più sincero a tutti coloro che hanno contribuito alla stesura di questo numero.
Sr. Daria Koottiyaniel, FCC
Fr. Michael J. Higgins, TOR
Introduzione
Questa breve riflessione si incentra sull’idea che San Francesco aveva su due aspetti della discussione teologica cristiana che si è protratta nel corso dei secoli:
Chi è Dio?
Qual è la giusta risposta umana da dare a Dio?
E’ importante non dimenticare che Francesco non era un teologo. Non ha lasciato nessuno scritto sistematico sulle pressanti questioni del suo tempo, né ha elaborato coscientemente un paradigma teologico o un modello di ricerca teologica. Non ha cercato di costruire un sistema teologico per spiegare la divinità. Tutto questo non raggiunge lo scopo della realtà divina che irruppe nella vita di Francesco in modo personale, con forza e chiarezza.
Per Francesco, Dio era il Creatore immanente, il Redentore ed il Santificatore che lo amava (e che amava tutti) e che voleva coinvolgerlo attivamente nella sua vita. Nei suoi scritti si percepisce sempre un rapporto profondamente intimo e personale con il Dio d’amore e di questo amore Francesco parlò. E ciò si nota particolarmente nelle sue Lodi di Dio Altissimo
in cui Francesco si serve della seconda persona singolare, cioè della forma familiare del tu, nel suo latino: “Tu es sanctus Dominus Deus solus, qui facis mirabilia” - “Tu sei santo, Signore, solo Dio, che operi cose meravigliose” (LosAl1). Questa distinzione si perde in alcune lingue, come per esempio in inglese, ma è significativo il fatto che Francesco pregasse come un bambino, si rivolge a suo padre o a sua madre, come probabilmente pregava Gesù. E’ chiaro che non gli interessava il Dio dei filosofi o dei teologi, bensì il Dio che toccava la sua vita, il Dio della Rivelazione e della Parola che si era manifestato all’umanità nel corso di tutta la storia, e più specialmente in Gesù Cristo. E’ questo il Dio che Francesco sperimenta, il Dio che lo ama e che è interessato alla sua vita, il Dio che lo invita ad una relazione personale e che lo sfida ad amare veramente i suoi fratelli e le sue sorelle.
Chi è Dio?
Negli anni recenti si è discusso molto sull’opportunità dell’uso del titolo di “Padre” per Dio. E ciò è stato specialmente sottolineato dalla critica femminile e dal movimento verso un linguaggio più inclusivo riguardante la discussione teologica e la spiritualità. Ma è importante assumere le figure storiche come sono e nel contesto totale della vita in cui si sono formate e sono cresciute. San Francesco era un italiano del XIII secolo, veniva da una piccola città di collina nella valle dell’Umbria. In quel tempo, la cultura metteva fortemente l’accento sulla famiglia. L’unità della famiglia aiutava a plasmare la propria percezione, ad avere il proprio posto nella società, ed assicurava l’appoggio vicendevole e l’aiuto di fronte alle dure condizioni della vita. Quando Francesco ruppe il suo rapporto con il padre, Pietro, e si mise sotto la protezione della Chiesa, si separò dalla fonte di ciò che la sua società considerava essenziale per la vita, e cioè la sicurezza e la felicità. Il fatto che Francesco scrisse molte volte sulla relazione e sull’identità indica che il desiderio dei legami familiari non lo abbandonò mai. Dopo aver lasciato la sua famiglia terrena, come vediamo nella scena dinanzi al vescovo di Assisi, il Santo si unì profondamente a Dio. Il Dio
Altissimo, Onnipotente diventa suo padre, Gesù diventa suo fratello e tutta la creazione è vista come parte della sua nuova famiglia estesa.
Francesco scoprì e sperimentò un’ulteriore dimensione della bontà di Dio che può essere espressa meglio in termini di paternità. Lui sperimentò Dio come suo padre, il padre dei suoi seguaci, e non come un essere distante e disinteressato. Si trattava per lui di una esperienza intima e profondamente personale che lo aiutò a orientare di nuovo tutta la sua vita. Nei suoi scritti, il Santo si riferisce a Dio Padre almeno 89 volte! Il Santo sperimentò la paternità di Dio, o per lo meno la affermò all’inizio della sua conversione durante la drammatica scena dinanzi al vescovo di Assisi. In quel momento Francesco rimase nudo, restituì tutti i suoi beni terreni al padre, e pubblicamente affermò: “Ora posso dire senza riserve: ‘Padre nostro che sei nei cieli’ poiché ho posto tutto il mio tesoro e tutta la mia speranza in lui” (LMj II:4). Più tardi, nel suo cammino spirituale dirà ai suoi seguaci ciò che Gesù disse ai suoi discepoli: “Non chiamate nessuno padre sulla terra, perchè avete un solo Padre nel cielo” (ER XXII: 34).
Il nome “padre” sottolinea l’intimità speciale che Francesco credeva che Dio desiderasse avere con tutti. Come spiegò nella prima redazione della Lettera a tutti i fedeli, sono beati coloro che fanno penitenza, che amano Dio e amano il loro prossimo, che ricevono l’Eucaristia, ed hanno in odio il peccato e fanno frutti degni di penitenza,
Molte volte Francesco espande la sua chiamata personale a Dio aggiungendo i termini “Santo Padre”, “Padre mio” e “Santissimo Padre”....perchè riposerà su di essi lo Spirito del Signore, e farà presso di loro la sua abitazione e dimora; e sono figli del Padre celeste, del quale compiono le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo (1Lf 5-7)
Amiamo dunque Dio e adoriamolo con cuore puro e mente pura, poiché egli stesso, ricercando questo sopra tutte le cose, disse: I veri adoratori, adoreranno il Padre nello Spirito e nella verità. Ed eleviamo a lui lodi e preghiere giorno e notte, dicendo Padre nostro che sei nei cieli… poiché bisogna che noi preghiamo sempre senza stancarci. (2 Lf 19-21)Francesco, mosso profondamente dall’amore meraviglioso di Dio e pieno di un amore travolgente, riassume la sua gratitudine nel modo seguente:
Oh, come è glorioso e santo e grande avere in cielo un Padre! Oh, come è santo, consolante, bello e ammirabile avere un tale Sposo! Oh, come è santo, come è delizioso, piacevole, umile, pacifico, dolce e amabile e sopra ogni cosa desiderabile avere un tale fratello e figlio. (2Lf 55-56)L’esperienza che Francesco fa di Dio come Padre ebbe un impatto profondo sul suo rapporto con Dio, sul suo riferimento a Dio, sul suo modo di considerarsi e sentirsi creatura di Dio, e sul suo rapporto con i fratelli e sorelle e con tutta la creazione. Ciò si vede con maggiore chiarezza, naturalmente, nel Cantico delle Creature.
Diversi brani delle prime biografie esprimono con chiarezza che ciò che separa Francesco da coloro che sono ispirati da un sensazionale tramonto è che Francesco ne scoprì la bellezza ed il significato negli aspetti meno esteticamente piacevoli del mondo fisico. Un verme significava per lui Cristo perchè nel Salmo 22 il progenitore Davide e prefigurazione di Cristo, proclama: “Sono un verme, e non un
uomo.” In un lebbroso Francesco scoprì l’immagine di Cristo del Canto di Isaia del
Servo Sofferente. Quando Francesco vide due pezzi di legno incrociati per terra, ciò lo spinse a meditare su Cristo e sulla sua croce.
ENDNOTES
1. 1Eric Doyle, “St. Francis of Assisi and the Christocentric Character of Franciscan Life and Doctrine,” in Kenan Osborne, ed., Franciscan Christology (St. Bonaventure, N.Y.: The Franciscan Institute of St. Bonaventure University, 1980) 10.
2. 2William R. Cook. Francis of Assisi (Wilmington, Delaware: Michael Glazier, 1989) 54-55.
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Il padre Michael J. Higgins, TOR, è l’attuale Ministro generale dei frati del Terzo Ordine Regolare e risiede a Roma, nella Basilica dei Santi Cosma e Damiano. Precedentemente, e per sei anni, è stato Assistente spirituale generale dell’OFS e per otto anni maestro dei novizi della Provincia del Sacro Cuore negli Stati Uniti. Presso l’Antonianum ha ottenuto il dottorato in spiritualità francescana, da lui in seguito insegnata all’Università di San Francesco, Loreto, in Pennsylvania ed all’Università francescana di Steubenville, nell’Ohio.
Suor Rossana Villablanca, OSF
Contrariamente a quanto avviene con altre figure del cristianesimo, Francesco d’Assisi non fu un grande scrittore. Tutta la sua vita fu il suo messaggio, una chiamata profetica ad ancorare la Chiesa nella vita del Vangelo.
Il Testamento è uno degli scritti (che certamente non fu scritto da lui, bensì dai suoi contemporanei) in cui possiamo scoprire meglio la sua profondità e ricchezza spirituale. Nel Testamento troviamo la revisione di vita di Francesco, e nello stesso tempo scopriamo come cercò di essere fedele ai valori del Vangelo, seguendo un progetto di vita, radicato nei valori del Regno, che siamo invitati a vivere.
“E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del Santo Vangelo (Test. Nº 14). Senza dubbio in questo paragrafo possiamo incontrare la testimonianza dell’origine della fraternità come un regalo di Dio, dove spicca l’assoluta iniziativa divina, in un cuore disponibile. Ogni fratello, ogni sorella è un dono di Dio e per questo dobbiamo curarlo, rispettarlo per ciò che è: un regalo di Dio.
In ogni secondo e minuto della sua vita, Francesco visse cercando la volontà, la sua unica guida fu il Signore stesso, come dice in ripetute occasioni: “Nessuno mi insegnò ciò che dovevo fare, tranne l’Altissimo…”. E così non lascia dubbi sul
fatto che la fraternità ha la sua origine in Dio e Dio stesso la dirige. Per questo ogni fratello, ogni sorella è sacro. Così lo sentì e lo visse Francesco, e come lui stesso ripeteva innumerevoli volte: “Non cerco null’altro che fare la volontà di Nostro Signore Gesù Cristo: cioè vivere secondo il Santo Vangelo”. Francesco non desiderava un nuovo ordine religioso, come ci viene segnalato dagli scritti di grandi biografi del Santo, bensì null’altro che seguire Cristo, come gli si rivelò nel Vangelo.
Nel riflettere sul n.14 del Testamento, forse alcuni non vi scorgono una grande originalità poiché grandi santi della sua epoca vissero secondo il Vangelo, ma certamente la sua singolarità sta nel fatto che volle vivere tutto questo nella Chiesa. Sappiamo bene quale fu il contesto storico sociale, quali erano le strutture sociali in cui Francesco visse: tutto ciò costituiva una grande sfida. Quando Francesco dice: “Il Signore mi dette dei fratelli”… ci indica il passo dall’esperienza personale all’esperienza fraterna. Lui non cercò seguaci o discepoli, bensì fratelli datigli da Dio.
Questo frammento è senza dubbio un’autotestimonianza di come visse Francesco e di come vissero i suoi seguaci. In esso soggiace l’origine della fraternità, che vide la luce con la presenza dei fratelli. Solo il Signore può mostrare il cammino a seguire, che è vivere secondo il Santo Vangelo.
Certamente i fratelli sono un regalo di Dio, come già abbiamo detto all’inizio di questo articolo, perchè Francesco non li cercò, ma gli furono dati e questo è il fatto che marca tutta la natura della sua spiritualità nella fraternità, e marcò anche un’enorme differenza rispetto alla vita religiosa monacale del suo tempo. Si trattava infatti di vivere il Vangelo secondo la forma apostolica.
Tutta l’esperienza di vita di Francesco è lì, nella fraternità, dono gratuito di Dio; e la vita secondo il Vangelo suppone realizzare il progetto di vita secondo lo spirito delle beatitudini, che lui stesso visse in pienezza.
Questo progetto di vita secondo lo spirito delle beatitudini (Mt, 5), racchiude tutta una regola di vita. Francesco seppe scoprire l’essenziale di questo discorso, si sentì interpellato fino a tal punto che non volle fare altro che vivere secondo il Vangelo. Nelle beatitudini trovò la luce, l’essenziale di ogni credente, e si incamminò verso questo progetto di vita, sentendosi povero dinanzi a Dio. In esso riconobbe il primato di Dio, che Dio è il creatore. In esso riconobbe la minorità davanti a Dio, la sua piccolezza, la sua umiltà, la sua realtà.
Così come lui sperimentò la misericordia di Dio, così anche noi dobbiamo essere misericordiosi con i fratelli e le sorelle. Questa esperienza vissuta lo spinge ad essere portatore di pace, a denunciare qualsiasi tipo di ingiustizia, che è ciò che distrugge la vita fraterna. Da questo spirito delle beatitudini scaturisce la dinamica che vivifica la fraternità e fa di essa un luogo perfetto nella crescita umana e spirituale per tutti i fratelli. La comunione e lo scambio di doni dello Spirito e la gratuità con Dio per il dono del fratello sono il centro della fraternità e la fonte delle relazioni interpersonali. In questo nuovo sguardo sulla fraternità lui costituì una nuova forma di vita evangelica e dette una nuova visione del mondo. Cioè il suo sguardo e quello dei suoi seguaci divennero più umani, sperimentarono che le persone, le cose, sono creature di Dio, che sono un grande regalo e degne di amicizia, di fraternità e da questa visione scaturisce l’autentica comune unione (comunione). Francesco dimostrò che un’autentica fraternità è il luogo da dove scaturisce e dove sorge la vita nuova in Cristo.
Il vissuto personale di Francesco di Assisi si costituì nel vissuto di un gruppo, dando così origine alla fraternità francescana, tenendo il Vangelo AL centro di qualsiasi forma di vita. Siamo chiamati/e a vivere una spiritualità cristocentrica, Cristo nel Vangelo, Cristo nell’Eucaristia e Cristo in tutti i nostri fratelli e sorelle, e ciò continua ad essere senza dubbio anche oggi per noi, una sfida. L’apertura di Francesco allo spirito e la sua fedeltà al Vangelo come progetto di vita realizzabile, è senza dubbio una delle grandi sfide per noi oggi. Viviamo in un mondo globalizzato ed individualista; così segnalava anche il padre Giacomo Bini OFM (ex ministro generale) nella lettera dell’anno 2000 all’Ordine. “Il messaggio francescano della fraternità universale è un invito al rispetto, alla “riconciliazione di ciò che è diverso”, alla ricerca di comunione, e si presenta con tutta la sua forza come parola di speranza e come valore evangelico in questo momento preciso in cui si avverte il potere distruttivo dell’individualismo”, perchè viviamo in un mondo che avanza a passi vertiginosi ed in cui la vita fraterna diventa sempre più difficile. Ci interpella oggi e ci interpellerà domani, noi che vogliamo e cerchiamo nella vita fraterna un luogo vivo, centrato nei valori del regno, in cui solo si cerca di essere un segno della vita nuova in Cristo, avendo come base il comandamento dell’amore: “Amatevi come io vi ho amato”, vivendo nella fraternità e nell’umiltà, questa è la minorità, ed allora saremo un’autentica fraternità francescana.
Oggi la nostra chiesa ha molteplici e diverse necessità, ma una delle più urgenti ed importanti e di cui dobbiamo render conto in quanto seguaci di Francesco, è quella di offrire al mondo un’autentica risposta alla sua sete di spiritualità, alla sua sete di trascendenza. Ed allora attualizziamo le parole di Francesco, rivediamo le nostre fraternità, chiediamoci se ci sono spazi di incontro in cui diamo e riceviamo amore, dove centriamo nelle nostre relazioni fraterne il comandamento
dell’amore, e se possiamo dire che le nostre fraternità sono un segno della nuova vita in Cristo. E possiamo porci anche altre domande: Le nostre sono fraternità evangeliche ed apostoliche? Le nostre fraternità, continuano ad essere attente alla Parola di Dio? Ci lasciamo interpellare da Francesco e dallo spirito che muoveva i suoi seguaci? Le nostre fraternità sono ancora significative per le persone e per le comunità dei cristiani che ci circondano?
Oggi il crocifisso di San Damiano continua ad interpellarci. Insieme a Francesco chiediamoci: “Signore, cosa vuoi che io faccia?” e così possiamo interpretare le parole di Cristo: “Va e ripara la mia Chiesa”.
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Suor Rossana Villablanca Escobar, OSF, è attualmente membro del Consiglio Generale delle Suore Insegnanti di San Francesco, con sede a Roma. E’ nata nella città di Viña del Mar, in Cile. Ha un master in sociologia. Suor Rossana ha insegnato in diverse scuole del Cile, ed è stata coinvolta nella formazione continua.
Suor Daria Koottiyaniyil, FCC
Introduzione
Oggi il mondo è assai disturbato dalla mancanza di armonia e d’integrità di vita. Ci siamo resi conto che il nostro potere creativo è usato più per la distruzione che per la costruzione. In un mondo di tecnologia e di socializzazione materialistica, dove i rapporti umani sono minacciati da organizzazioni e strutture impersonali, è più importante che mai far crescere sempre più forte la fiamma dell’amore: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”(Gv 13,35). In questo contesto la fraternità che San Francesco volle nel Medio Evo continua ad essere valida oggi. Supera tutte le frontiere nazionali. San Francesco cercò un nuovo stile di vita, cercò di avere una nuova sensibilità verso coloro che lo circondavano, e ciò lo spinse a baciare le ferite di un lebbroso, ad identificarsi con i mendicanti, ad essere amico di persone di altre religioni, a riconciliare le autorità civili e religiose di Assisi in lotta fra loro e ad accettare tutte le creature come ‘fratelli e sorelle’, nate dallo stesso amore creatore.
La fraternità di Francesco si apre a tutte le posizioni ed è una sfida alla società ambiziosa, individualista, impersonale ed autoritaria del suo tempo. E Francesco scopre il problema della fraternità proprio nel contesto della povertà. Si rese conto che poteva essere un fratello sia per i majores sia per i minores
solamente se si fosse allontanato dai sicuri confini della sua
dimora natale per andare verso ‘la piazza del mercato’. Quando Francesco parla del profondo mistero di fraternità e di unità indica sempre Cristo nostro fratello, che dà la vita per le sue pecore e prega per noi il Padre. La sua relazione personale con Gesù lo conduce ad essere solidale con tutti gli esseri creati. Totalmente assorbito dall’amore di Dio, il Beato Francesco seppe vedere la bontà di Dio rispecchiata non solamente nella sua anima, ma in ogni creatura ed in tutte le creature.
La fraternità aperta a tutti gli esseri umani
Negli scritti di Francesco, il termine fratello (frater) è il più usato: 242 volte. Il termine “fratelli” è ripetuto costantemente nelle due Regole e nel Testamento, e di frequente con aggettivi che sono pieni di affetto: fratelli miei, miei benedetti fratelli, amatissimi fratelli. Il Papa Paolo VI disse: “La capacità di scoprire un fratello in ogni uomo, sia qual sia la sua origine, il suo stato, la sua condizione o i suoi meriti, è una caratteristica squisita ed essenziale dell’insegnamento evangelico”1. Il senso dell’uguaglianza pervade la sua fraternità. Nella misura del possibile, Francesco rifiutò qualsiasi forma di gerarchia, di clericalismo e di autoritarismo nella sua fraternità per mantenere il senso dell’unità e dell’uguaglianza tra di fratelli.
Nei suoi scritti si descrisse come “frate Francesco, piccolino, vostro servo” (Test 41). Nella Lettera ai Fedeli si presenta come “il servo di tutti,” che desidera “servire tutti” (2Lf 2). Non chiama mai i frati, servi, bensì sempre fratelli. Tra i fratelli non ci possono essere minori, perchè ciò minerebbe l’identità stessa del gruppo fraterno. Ma Francesco si descrive
come un servo in rapporto a Dio ed ai suoi fratelli. Nella sua umiltà fu capace di vedere che tutti sono uguali e di considerarsi come “ un uomo inutile, immeritevole creatura del Signore Dio” (LtOrd 3,4). Tommaso da Celano presenta un ritratto ideale della prima fraternità:
Ed erano casti abbracci, delicati sentimenti, santi baci,dolci colloqui, sorrisi modesti, aspetto lieto, occhio semplice, animo umile, parlare cortese, risposte gentili, piena unanimità nel loro ideale, pronto ossequio e instancabile reciproco servizio… Erano perciò sempre sereni, liberi da ogni ansietà e pensiero, senza affanni per il futuro….Spesso, ingiuriati, vilipesi, percossi, spogliati, legati, incarcerate, sopportavano tutto virilmente, senza cercare alcuna difesa; dalle loro labbra anzi non usciva che un cantico di lode e di ringraziamento (1C 38-41).Francesco considera ogni essere umano, perfino il più basso e marginale come memoria speciale di Dio, suo dono ineffabile, sua icona amata. Secondo Francesco, ogni singola creatura è opera personale di Dio. Per questo abbiamo l’obbligo di rispettarci. Nella sua prima regola, Francesco dice: “E chiunque verrà da essi, amico o nemico, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà” (ER VII.14). Di nuovo afferma: “I frati debbono rivedersi volentieri e con gioia di spirito e onorarsi scambievolmente senza mormorazione” (ER VII.15).
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Suor Daria Koottiyaniyil, FCC, è membro della Congregazione Franciscan Clarist, in India ed attualmente dirige la rivista “Spirito e Vita” nella Conferenza Francescana Internazionale del TOR (IFC-TOR), Roma. Ha un master in teologia spirituale, ottenuto presso l’Università di San Tommaso (Angelicum) a Roma, ed un dottorato in spiritualità francescana e indiana, ottenuto presso l’Università, in India. E’ autrice di diversi articoli e di un libro: Brother Fire Sister Water- A Pilgrim Path to solidarity (India, 2003) e di St. Elizabeth of Hungary: A Franciscan Mystic and Model for Charity (India, 2007).
Suor Mary Elizabeth Imler, OSF
La dichiarazione della CFI-TOR, per gli anni 2005-2009, ci invita ad “integrare spiritualità, missione e fraternitas in modo da esprimere più intensamente la comunità d’amore trinitaria.” Desidero esporre il frutto della mia riflessione, e più concretamente, della mia “contemplazione,” come diciamo nel nostro 3º obiettivo: “La contemplazione nell’armonia della Trinità ci spinge a realizzare la comunione, l’inclusione e la reciprocità”. Credo che questo ci chiama oggi ad essere testimoni della buona notizia, incarnando sempre più a fondo il rapporto fondamentale in cui viviamo il nostro carisma TOR, cioè: la Fraternità francescana. Forse è importante inquadrare questo termine ‘fraternità’, che a volte viene interpretato in modo ristretto. Ma ancor più importante è considerare il suo profondo significato e fare in modo che diventi la nostra missione.
La vita francescana non è una comunione basata su una struttura o funzione, bensì su un rapporto profondo, fraterno. E’ questa la buona novella che siamo chiamati/e a testimoniare e a predicare con la nostra vita. Diamo una testimonianza profetica di una comunità d’amore in un mondo la cui la pace è fragile, in cui Gesù ci riunisce attorno alla mensa terrestre. Secondo la tradizione evangelica, una relazione giusta è una relazione profonda che va al di là del linguaggio religioso della comunità e dei legami familiari. Ci offre un cambio radicale molto necessario in questo nuovo millennio in cui l’alienazione e l’avarizia causano una profonda sofferenza alla specie umana e alla natura. Gesù ha parlato di speranza nella sua visione di unità: “che tutti siano uno”. A continuazione, vorrei cercare di analizzare questa potenzialità considerando l’evoluzione del linguaggio di Gesù nel vangelo di Giovanni, la spiritualità di Francesco ed infine una risposta francescana cha dà la sua visione del mondo a un’epoca in cui la presa di coscienza è mondiale, per incarnare pienamente il “Corpo di Cristo.”
L’ Era Cristiana
Se seguiamo il linguaggio di Gesù nel vangelo di Giovanni, scopriamo la caratteristica umana che si sviluppò nel tempo a proposito del rapporto che ebbe con i suoi seguaci. Prima vengono chiamati per nome (Gv 1,42ss), poi “discepoli” (Gv 13,35). Nell’ultimo discorso di cui troviamo riferimento nel VII Capitolo della nostra Regola e Vita, in cui siamo chiamati ad “amarci gli uni gli altri” (Gv 15,12), Gesù stringe il rapporto, dandogli intimità umana, e chiama i discepoli “amici” (Gv 15,14), facendo quindi un passo in avanti.
Il significato dell’espressione “essere chiamati per nome” è il seguente: l’altra persona, colui, colei che ci chiama, ci conosce. Suppone che l’individuo è considerato unico, nella sua individualità, che è conosciuto, che ci occupiamo di lui/di lei. Questo essere chiamati/e fin dal principio con il proprio nome significa avere un rapporto con qualcuno, un rapporto che rispetta ciò che è particolare (l’individuo) e che nello stesso suppone scambio (attenzione verso, cura di).
Poi Gesù usa il termine “discepolo.” Chiaramente il rapporto spinge ad includere una sequela, ad essere resi capaci di ricevere istruzioni, capaci di ricevere la “buona novella”. Un discepolo è la persona che ha la forza di seguire una disciplina, come avviene a impiegati scelti a cui viene affidato il ‘brevetto’ segreto di una impresa, pur quando viene detto loro di usare la parola e diffonderla per far conoscere il “prodotto”. A questo bisogna aggiungere l’amicizia di appartenere ad un gruppo, il credere a una missione comune, l’impegno a favore di un bene comune.
Nel chiamare i suoi seguaci “amici”, Gesù aggiunge al rapporto la dimensione della sollecitudine verso l’altro, che supera ciò che può costituire un semplice dovere. Ciò aggiunge la sfumatura dell’accettazione del compito da svolgere: occuparsi non solo del messaggio, ma anche del messaggero. Suppone anche una vera sollecitudine per l’altro, l’occuparsi gli uni degli altri. Il senso di appartenenza fiorisce in un rapporto più profondo, in cui viene fatto un passo in più: occuparsi del chi e del che.
Ma la storia non termina qui! Dopo la Sua morte e la Sua risurrezione, il linguaggio di Gesù cambia di nuovo, così come la relazione cambia. Gesù dice a Maria Maddalena di andare a cercare i suoi amici e, per la prima volta, usa il termine “fratelli”: “Và dai miei fratelli e dì loro: io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.” (Gv 20,17b). Gesù, dopo la sua risurrezione, parla del suo rapporto fondamentale. Non dà alla parola ‘amici’ il significato che le viene attribuito in generale nella nostra cultura, si tratta piuttosto dell’atto salvifico che ci libera per essere in Gesù, con Lui e per mezzo di Lui: “fratelli e sorelle”. Questa identificazione significativa ci invita a vivere il più del vangelo. Siamo ‘unici’ e, nello stesso tempo siamo uniti da un sistema di ‘credenze’, convinzioni comuni e siamo totalmente liberi di amare ciò che scaturisce da questa unità. Ma inoltre ci rendiamo totalmente responsabili, perché portiamo il nome di famiglia. E’ qualcosa di più che conoscere il bene comune, che svolgere la missione comune, che condividere la vita comune: è una comunione.
Per spiegare tutto questo mi servo dell’esempio di due miei nipoti. Ognuno di loro ha un nome e viene chiamato per nome. I loro insegnanti chiedono loro di seguire, accettare messaggi di informazione e di apprendimento. Hanno amici con cui condividono interessi, con cui giocano, di cui godono semplicemente la compagnia e l’amicizia, amici e compagni che conoscono i loro sentimenti, le loro debolezze. Ma il fatto di essere fratelli aggiunge la dimensione di rapporto fraterno che li porta ad essere responsabili l’uno dell’altro in qualsiasi situazione. Anche se ci sono momenti di confronto e di scontro tra l’uno e l’altro, continuano ad essere fratelli e non possono negare questa relazione. Sono responsabili l’uno dell’altro, del bene e della sicurezza reciproca; hanno l’obbligo di proteggersi e di proteggere il nome della loro famiglia. Ciò che fanno incide su tutta la famiglia, sulla sua storia e sul suo futuro. La stessa cosa avviene quando Gesù ci chiama fratello/sorella. E’ la sua vicinanza, ma nello stesso tempo un amore che supera tutte le altre forme di amore che ci rende responsabili gli uni degli altri e del Corpo di Cristo tutto intero.
Abbiamo ereditato questo rapporto di fratellanza per mezzo dell’incarnazione e della resurrezione di Gesù, non per nascita, ma per adozione. Abbiamo ricevuto “uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà!, Padre!’” (Rom. 8,15). E per questo non possiamo continuare a tollerare le differenze. La buona notizia è che tutti siamo stati adottati e ad un prezzo molto alto. Ogni essere umano può esclamare: “Padre nostro.” Non c’è una classe privilegiata, o stirpe di adozione nell’era cristiana. Solamente Gesù, il “primogenito” (Col 1,14), ha il privilegio di ereditare il regno di Dio. Tutti gli altri siamo semplicemente figli adottivi e tra di noi non ci sono fasce privilegiate; anzi l’unica cosa che possiamo avere è gratitudine, ringraziamento per ciò che riceviamo, cioè per essere “eredi”. “Abbiamo la redenzione mediante il suo sangue” (Ef. 1,5-7). La risurrezione di Gesù ci colloca nell’era cristiana in cui tutti siamo fratelli/sorelle adottivi. “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Gal. 3,28) E’ questo ciò che cristo dice ora, incondizionatamente, ad ogni persona: “Io sono tuo fratello.” E’ solo mediante Cristo, che siamo quindi in rapporto come fratelli e sorelle e formiamo parte della fraternità in Cristo, fratello di tutti.
Il Secondo Millennio dell’Era Cristiana
Suggerisco che Francesco (e quindi noi francescani/e) si serve volutamente del termine “fraternità” non come esclusione di genere, nel parlare solo “dei fratelli”, per esempio nel “De Vita Fraterna” (Cap. VII), bensì come rapporto fondamentale che nasce dall’azione redentrice di Gesù. Così come Gesù si rivolge a Pietro con il termine di “fratello” e come probabilmente avrebbe chiamato la Maddalena “sorella”, così Francesco presenta i suoi seguaci chiamandoli Fratello Leone e Sorella Chiara, abbracciando così la fraternità maschile e femminile: “molti, nobili e plebei, chierici e laici… ”(1C37). Francesco si riferisce ai suoi seguaci chiamandoli fratelli ed al rapporto collettivo chiamandolo fraternità, anche quando include sua sorella Chiara. Anche lei si rivolge alle sue compagne chiamandole sorelle, anche se non parla mai di ‘sorellanza’ perché penso che ciò eliminerebbe il nucleo stesso ed il sigillo del rapporto, nostro fratello Gesù.
Credo che Francesco abbia scoperto questo forte legame (1LtF 9,13). Per la passione e la risurrezione di Cristo siamo fratelli e sorelle tra di noi. Tanto che Francesco allarga ancor più questo concetto, e afferma che il rapporto fraterno mediante nostro fratello Gesù deve includere tutte le creature di Dio, cioè anche Sorella Acqua e Fratello Fuoco. Il cuore di Francesco si allarga per abbracciare nella fraternità non solo l’umanità, ma anche tutta la creazione. Francesco ha scoperto che Gesù, per la sua morte e risurrezione, aveva ottenuto la pienezza di vita perfino per il sole e per il verme, con preferenza per i più deboli e per gli ultimi. Nel suo Cantico delle Creature Francesco ci invita a vivere relazioni giuste con tutta la creazione. Siamo chiamati ad avere rapporti giusti con gli altri, con tutte le creature e con l’ambiente. In Cristo, con lui e per lui, Francesco ci chiama ad un nuovo tipo di solidarietà da fratelli e sorelle. Questa fraternità ‘allargata’ è una testimonianza della Trinità, nel segno come pure nel servizio.1
Francesco recupera il giro di relazioni creato da Gesù che ha rovesciato i potenti dai troni ed ha innalzato gli umili, abbracciando minores e majores in una rispettosa reciprocità, attraendo tutti verso la fraternità. Ma questo viene dal Signore come afferma nel suo Testamento (14): “Il Signore mi dette fratelli”. Francesco indica con questo esempio il valore della reciprocità. Non tutto viene ridotto ad un comune denominatore o ad una uniformità irrispettosa delle differenze, anzi tutto viene rispettato nella sua particolarità. Ogni persona, ogni creatura ha un valore con cui può contribuire, grande o piccolo che sia. Francesco predicò agli uccelli, ma apprese anche da loro come responsabilizzarsi degli altri. Dal verme imparò l’umiltà, le colombe gli insegnarono la vulnerabilità, le api a vivere in comunità.
Poiché tutta la creazione è penetrata da una bontà intrinseca, ci sentiamo chiamati ad andare oltre il semplice riciclaggio E a passare ad un tipo di vita responsabile e rispettoso. Non oseremmo gettare dell’immondizia su una persona o distruggere i polmoni di un fratello come stiamo facendo con le foreste tropicali. E dovremmo rimanere meravigliati dinanzi alla bellezza di un semplice granello di sabbia, integro nel suo essere. La storia della creazione descritta nella Genesi, osservata partendo da una visione francescana del mondo, assume un significato più vero del ‘dominio’, inquadrato nella fraternità. Francesco conobbe il dominio, ma preferì la vita di famiglia, di un Padrone buono e fedele. Francesco cercò di vivere la sua visione poetica della creazione responsabilizzandosi di ciò che Dio ama. Francesco ci invita a metterci in rapporto con gli altri in una spiritualità di reciprocità in cui a ognuno viene dato il valore che ha, perché riflesso di Dio, come dire che “tale padre tale figlio”! Per Francesco la specie umana e tutta la creazione non sono una semplice gerarchia, bensì tutto è connesso da legami d’amore dove regna una integrità sacramentale, uno scambio reciproco di dare e ricevere, fino al punto di offrire la propria vita.
Il Terzo Millennio dell’Era Cristiana
Ora che siamo già entrati in un nuovo millennio e che stiamo cominciando a comprendere ciò che significa relazionarsi in fraternità, tenendo anche conto dell’ambiente, credo che la relazione della fraternità ci sfida ancora una volta. NOI francescani/e desideriamo vivere una comunità d’amore come viene vissuta dalla Trinità, riuniti/e in fraternitas (Articolo 20)2 diverse, con un legame comunitario che è più forte, io credo, del vincolo monastico o apostolico. Ci è stata concessa la grazia di avere una visione più ampia del mondo naturale e dell’umanità, nel Corpo di Cristo, come già suggerito prima. Ma dobbiamo sapere percepire un’altra dimensione che ci chiama a trascendere non solo lo spazio costituito da frontiere, ma anche le frontiere fissate dal tempo. Siamo chiamati a riconciliarci con tutta la creazione (Articolo 12) in un rapporto di reciprocità prima nel nostro tempo, e poi anche in modo responsabile e riflettuto, fino alla “settima generazione3.” La profondità di Francesco, proclamato Patrono4 dell’Ecologia5 evolve nel tempo per i suoi seguaci in una comunione cosciente di fratelli e sorelle che si assumono la responsabilità dell’oggi e dell’ora e del nostro futuro condiviso. La fraternità si riunisce attorno alla mensa terrestre come pure attorno alla mensa eucaristica in un aperto spirito di invito e di inclusione, rispettando la reciprocità, dove non ci sono lati da difendere e bottini di guerra da dividere, bensì solo fratelli e sorelle che siamo chiamati a conoscere, capire ed amare le differenze. Ci sono parti della fraternità in ogni lato di qualsiasi conflitto. Le differenze non vengono eliminate, bensì rispettosamente gestite dal punto di vista politico, economico ed ecologico, cercando la pace, insieme a Gesù (cf Lc. 19,41-44).
Prendiamo come esempio la preoccupazione per i nostri istituti religiosi. Oggi ciò si estende alla nostra vita comune del TOR, creando federazioni ed appoggiando la Conferenza Francescana Internazionale. E ancora, possiamo vedere un valore nella grande Famiglia Francescana (Articolo 3), la famiglia umana, una famiglia globale? Stiamo diventando più inclusivi e rispettosi del dono della diversità, ma mi chiedo se siamo più consapevoli della responsabilità globale per assicurare a tutti un futuro sano e santo. Per questo ci siamo resi conto della necessità di “promuovere la comunione tra tutti i Francescani, tra le diverse denominazioni cristiane.” (Raccomandazione 5 dell’Assemblea Generale della CFI-TOR 2005-2009). Il nostro amore deve cominciare con i più vicini, con coloro con cui condividiamo la nostra vita, i nostri valori, la nostra visione del mondo, ma siamo chiamati ad abbracciare “l’altro” con cui forse non condividiamo nulla in comune e con cui forse siamo in competizione o l’altro che chiamiamo, con ignoranza, “nemico”6. Sicuramente è questa la buona novella, segno del Regno di Dio, qui ed ora!
La nostra vita non può essere semplicemente una vita passata solo a seguire Gesù, deve essere una vita che manifesti Cristo vivo nel mondo. Noi, come seguaci di Francesco e Chiara, siamo chiamati ad amare, celebrare e ringraziare chiedendo la reciprocità laddove “con certezza ognuno manifesta all’altro la sua necessità, affinché l’altro gli trovi e gli dia il necessario.” (Articolo 23). Conformemente all’Ammonizione di Francesco: “predica il Vangelo in ogni momento, e se fosse necessario, usa parole” (1R XVII, 3), dobbiamo passare dal parlare del nostro amore per gli altri a “manifestare [il nostro] amore con fatti.” (Articolo 12) Non basta amare la pace, dobbiamo essere volutamente artefici di pace7 per il nome che portiamo (cf. Lc 21, 17). Siamo chiamati a partecipare pienamente nel tentativo di essere portatori di pace e di riconciliazione (cf. Col 1,20). Benedetto XVI nota nella sua enciclica Spe Salvi, che il cristianesimo non può limitare la sua attenzione solamente all’individuo e alla sua salvezza; la realtà trasformatrice del cristianesimo include la società nel suo significato più ampio. E, io aggiungo, il cosmo.
Conclusione
Ho sentito una ‘parabola’ moderna, di due fratelli adottati che per una serie di circostanze felici ottengono un premio che consiste nel comprare ‘pazzamente’ per quindici minuti in qualche negozio di un centro commerciale. Arriva il giorno del premio. Dopo aver studiato per giorni dove andare a comprare ciò che più costa, di quanto tempo si ha bisogno per arrivarci, quali scarpe indossare per correre meglio da un punto all’altro, i due fratelli iniziarono la corsa spingendo un carrello. Tra le grida di coloro che osservavano la scena, i due fratelli camminano tranquillamente nel negozio prendendo solo pochissimi articoli. E la spesa totale è ridicola tra la delusione della folla. Quando alla fine viene chiesto loro perché non hanno approfittato maggiormente dell’occasione, i due rispondono: Ma non lo capite? Il negozio è di nostro padre!”
Immaginate questo atteggiamento nei riguardi della nostra sorella e Madre Terra, noi che vogliamo essere i seguaci del santo, patrono dell’ecologia. Perché non imparare a vivere in rapporto con tutti, in modo sacramentale? Considerare la grazia di una mensa globale dove siamo chiamati, come ha fatto Gesù, a creare uno spazio per tutti (inclusione) e dove tutti portiamo qualcosa (reciprocità) e a cui ci avviciniamo non solo per ricevere ma anche per dare. Ed a questo aggiungiamo ora la dimensione che ci invita a rispettare questo tempo ed il tempo che verrà (comunione riconciliata). Dobbiamo essere consapevoli di tutta la storia, osando curare, occuparci del futuro della mensa come pure dei bisogni di coloro che sono riuniti attorno ad essa. Dobbiamo imparare a non escludere nessuno, e tanto meno ad essere meri consumatori8, anzi dobbiamo essere consapevoli delle implicazioni che incombono sul ‘magazzino’ comune nei riguardi del nostro futuro condiviso.. Certo, ci rendiamo conto che il nostro senso di inclusione accoglie tutti coloro che portano il nome di cristiani, sia la Maddalena, come anche il Giuda del nostro vissuto. Stiamo allargando lo spazio delle nostre tende per accogliere tutti i discendenti di Abramo: giudei, mussulmani e cristiani e stiamo imparando da loro come Francesco si convertì dopo l’incontro con il Sultano. Che il Vangelo continui ad ‘allargare’ i nostri cuori per poter così abbracciare tutta la creazione e percepire, in modo consapevole, i misteri e anelare la pienezza del cosmo, in rapporto all’eternità.
Viviamo con tutto il nostro essere (Prologo, Articolo 29) questa vita di fraternità francescana per l’amore di Gesù, nostro fratello maggiore. Che i nostri cuori si allarghino, si illuminino per abbracciare nel loro interno la nostra vera identità e per estendere esternamente questo amore ai nostri amici, alle nostre famiglie ed oltre, nei nostri luoghi di lavoro e nelle nostre comunità, alla nostra nazione e a livello internazionale, costruendo sulle fondamenta del passato e con un impegno verso un futuro condiviso. Come fece Gesù, anche noi non
dobbiamo vergognarci di chiamare gli altri: “Fratello/[sorella]” (Heb 2,11). Che le parole profetiche di Gesù nel vangelo di Giovanni e la poesia di Francesco ci convertano in modo da saper incarnare il bello e il buono della nostra spiritualità francescana per il nostro tempo, e per continuare a dare senso alla vita, alla morte ed alla risurrezione di Gesù. E cerchiamo di essere coraggiosi, audaci nella nostra vita TOR, per continuare a dare speranza alle future generazioni con una visione basata sull’uguaglianza, nella reciprocità rispettosa e nella comunione riconciliata. Il regno di Dio, vera fraternità, fratelli e sorelle, che insieme creano un’armonia d’amore, è vicino. Che Gesù venga e ci trasformi in buona novella, in veri fratelli e sorelle di Cristo Gesù. .
ENDNOTES
1. Vita Consecrata 41-71.
2. Riferimenti numerati ad Articoli particolari Della Regola e Vita TOR, 1997.
Dalla Grande Legge Della Confederazione Iroquois, “In qualsiasi decisione dobbiamo considerare l’impatto delle nostre decisioni sulle sette future generazioni.”
4. Il Papa Giovanni Paolo II, nel 1979, proclamò San Francesco Patrono dell’Ecologia perchè “esempio di vero e profondo rispetto per l’integrità della creazione.” Francesco, nel RIVOLGERSI alle creature chiamandole fratello/sorella, li considerò uguali a lui, soggetti, e non oggetti da dominare. Lui si considerò parte dell’ecosistema.
5. L’ecologia è lo Studio delle regole che governano i rapporti della creazione. Ilia Delio AFFRONTA questo tema in profondità nel suo articolo “Living in the Ecological Christ” in Vita Evangelica: Essays in Honor of Margaret Carney, O.S.F. Franciscan Studies 64, 2006.
6. La Regola TOR ed il Capitolo VII esprime il realismo del cuore umano aperto completamente per accogliere tutti. In due brevi articoli (23 e 24) la Regola esprime come vivere la vita fraterna, sia quando tutto avviene secondo la visione del nostro Creatore, sia quando dovuto alla nostra condizione umana, non riusciamo ad amare E a vivere come dovremmo.
7. Padre Bryan Massingale: “Healing a Divided World”. Questo articolo offre alcune valide intuizioni che superano l’ambito di questa riflessione. E’ a disposizione in CNS Documentary Service, del 16 agosto 2007 Origins, Volume 37, Numero 11 p 162-168.
8. In 2C87 Francesco ci AMMONISCE, invitandoci a non avere più DEL necessario, in modo che “non ci venga imputato a furto, se non lo dessimo ad uno più bisognoso”.
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Ex docente di scienze e preside, Suor Mary Elizabeth OSF è attualmente Ministra Generale delle Suore Francescane del Sacro Cuore, Frankfort, Illinois, USA. Suor Mary ha partecipato alla stesura degli obiettivi della CFI-TOR nel corso dell’Assemblea Generale di Assisi, nel 2004. Partecipa attivamente alla Federazione francescana TOR degli Stati Uniti ed offre il suo tempo per ritiri e conferenza nell’ambito della formazione, in particolare a novizie di congregazioni della nostra Regola e Vita TOR.
Joan Geiger, SFO
“L’Ordine Francescano Secolare si distingue da altre associazioni laiche nella Chiesa in quanto che la sua meta principale è quella di cercare di vivere la vita evangelica…Essendo un Ordine laico, l’Ordine Francescano Secolare mette l’accento nella vita di fraternità, nella ricerca della santità personale e negli apostolati svolti in fraternità per vivere la giustizia sociale e la pace tra tutte le genti.”1Noi Francescani Secolari, seguaci di San Francesco, siamo chiamati alla fraternità – ad essere una comunità di fratelli e sorelle di Gesù, con Francesco. La nostra è una fraternità che:
• ci offre una famiglia spirituale intima nell’ambito della famiglia spirituale più estesa della Chiesa, dove possiamo crescere in santità;Nella sua gioventù, Francesco rivelò se stesso nel suo rapporto con gli amici. Gli piaceva avere compagni ed era conosciuto per le sue attenzioni verso gli altri. Era più disposto a fare cose con gli altri, che da solo. La vita di Francesco cambiò in modo drastico dopo aver sentito la chiamata di Gesù “Ripara la mia Chiesa” In solitudine, rispose letteralmente liberandosi dai possedimenti terreni ed abbracciando “Dama Povertà.” Poco dopo aver abbandonato la famiglia e gli amici, altre persone si sentirono attratte da Francesco. Erano stati testimoni del suo stile di vita, umile e distaccato, e dall’esempio e dall’intensità della sua preghiera e vollero seguire Gesù, come lui Francesco lo seguì. Presto questa “calamita umana” fu seguita da un gruppo di compagni: Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani, Leone, Egidio, Elia e Ruffino, per non citarne che alcuni. E così ebbero inizio la comunità e la fraternità francescane.
• ci dà la possibilità di amare gli altri con tutto ciò che hanno di buono o di meno buono;
• ci allontana dall’essere centrati in noi stessi;
• ci dà forza nella nostra debolezza;
• crea un luogo dove promuovere l’opera apostolica.2
I fratelli e le sorelle sono corresponsabili della vita della Fraternità cui appartengono e dell’Ordine Francescano Secolare come unione organica di tutte le Fraternità sparse nel mondo. Il senso di corresponsabilità dei membri esige la presenza personale, la testimonianza, la preghiera, la collaborazione attiva secondo le possibilità di ciascuno e gli eventuali impegni nell’animazione della Fraternità.
Fr. Andreas Müller, OFM
Oggi siamo a una svolta epocale la cui entità non è ancora del tutto nota e chiara. Conosciamo l’enorme divario fra ricchi e poveri con tutte le sue conseguenze: da una parte la fame, la miseria e la morte prematura e dall’altra un lusso incredibile. Deploriamo l’iniqua distribuzione dei beni e del potere sulla nostra Madre Terra. I diritti fondamentali dell’uomo quali la partecipazione, l’autodeterminazione e la dignità sono disprezzati poi ci meravigliamo del fatto che il terrore e la guerra sono assunti a inutili strumenti di soluzione del problema. Osserviamo segni apocalittici di distruzione dell’ambiente, ma non vogliamo modificare il nostro stile di vita. Mancano visioni politiche che segnalino un cambiamento positivo. Il cambiamento ha a che fare con la conversione, che, per citare un’espressione di Michael Gorbatschow, è possibile solo se si possiede spiritualità. Abbiamo anche bisogno di figure guida profetiche, che ci mostrino il cammino.
Una svolta rivoluzionaria nella società e nella Chiesa
Francesco di Assisi era una figura guida. In un tempo in cui la società feudale era costituita da nobili e gente comune e strutturata in maniera piramidale per “ordine divino”, egli introdusse un’idea innovativa. Se Dio è disceso e si è unito ai più piccoli, anche nella famiglia umana non deve esistere alcuna differenza fra le persone perché siamo tutti figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle di Gesù di Nazareth, nel quale Dio stesso è divenuto nostro fratello. Con questa idea di fraternità, Francesco portò una visione rivoluzionaria nelle idee che la Chiesa e la società del suo tempo avevano in relazione all’ordine. Non dovevano esistere signori e servi e alcuna distinzione di stato.
Si tratta della triade dei diritti e dei doveri umani: “libertà, uguaglianza, fraternità”. Francesco intendeva proprio questa fraternità e, senza dubbio, è uno dei Padri spirituali di questa visione dell’umanità di origine cristiana. Di conseguenza, Francesco escluse per sé e per la sua comunità tutto ciò che potrebbe definirsi gerarchico. Figure che erano presenti nelle comunità religiose del tempo, ad esempio i benedettini avevano l’Abate, non dovevano esistere. Francesco stesso volle essere servo di tutti, e di certo non solo sulla carta, ossia non in modo patriarcale, ma in modo fraterno. “Nessun fratello occupi una posizione di potere o di dominio, soprattutto fra i fratelli stessi” (RegNB 5,9). “Nessuno si chiami «priore», ma tutti devono chiamarsi «fratelli minori» e l’uno lavi i piedi dell’altro” (RegNB 6,3).
Questa è proprio una idea di comunicazione non soggetta a dominio ma di fraternità e parità autentiche. Inoltre, Francesco spiega: “tutti devono volontariamente servirsi e obbedirsi a vicenda attraverso l’amore dello Spirito”. In concreto ciò significa prestare ascolto alle esigenze dell’altro, alla vita della comunità, alla chiamata di Dio qui e ora. Anche in questo riconosciamo le orme di Gesù che Francesco seguì con determinazione: non più assoggettamento dei deboli, non più lotta per i posti migliori e le migliori posizioni, non più paura di perdere importanza e di fallire. Infatti Dio esiste, ogni persona è fatta a sua immagine e somiglianza e per questo possiede una dignità e una unicità inalienabili donatele da Dio. “Tutti i fratelli devono sforzarsi di imitare l’umiltà e la povertà di nostro Signore Gesù Cristo” (RegNB 9,1)
Naturalmente nella vita di una comunità sono necessari anche regole e accordi, ma devono essere il più possibile semplici e diretti. Quindi nessuna posizione dominante, nessun patrimonio, nessun controllo: questa è la visione di Francesco di Assisi, la visione di una umanità fraterna e unita dalla consapevolezza di essere stata creata. Francesco stesso dovette sperimentare quanto fosse difficile realizzare questa idea: ai suoi tempi, in alcuni ordini religiosi si verificavano lotte di potere e anche in quelle comunità si creavano sempre più forme di guida e modalità di rapporto, che si distinguevano appena da quelle delle strutture di potere secolari. La sua visione rimane una sfida e un compito anche per il nostro di amicizia universale fra creatore e creatura e fra creatura e creatura intendeva affermare che è possibile creare un altro mondo, libero dalla violenza e pieno di pace.
L’idea francescana di vita fraterna su questa terra è forse così affascinante perché la consideriamo poco realistica e al contempo ne riconosciamo l’urgenza? Francesco d’Assisi aveva percepito con lucidità che una vita basata sul possesso distrugge la solidarietà e l’amore per il prossimo, e mette a repentaglio l’idea di essere tutti creature. Per questo non voleva possedere nulla, per questo voleva vedere tutto suddiviso e distribuito fraternamente, per questo muoveva critiche al potere e nutriva sospetti nei confronti dei suoi detentori nella Chiesa e nello Stato. Nel nostro tempo di grande mobilità sociale e di freddezza, la visione francescana di Dio e dell’umanità è più attuale che mai.
La testimonianza francescana oggi
Il mondo secolarizzato oggi si distingue in maniera essenziale dal mondo in cui visse san Francesco, ma gli atteggiamenti di fondo che sperimentò, hanno, proprio nel nostro tempo, uno straordinario significato. Per questo è così importante che i fratelli e le sorelle del movimento francescano vivano e sperimentino tali realtà, come ad esempio la libertà e la gioia, la fiducia in ogni singola persona, il senso di fraternità verso tutte le persone e tutte le creature, la consapevolezza dell’amore di Dio che racchiude tutto il mondo, la capacità di riconoscere il volto di Cristo nei poveri, l’idea di essere responsabili della missione universale. In questa sede intendo spiegare i particolare alcuni di questi aspetti.
a. La sfida di essere fratelli e sorelle
Oggi, per le francescane e i francescani la convinzione di incontrare l’altro veramente come se fosse una sorella o un fratello fa parte della sequela di Gesù. Dobbiamo familiarizzare con la realtà e le condizioni di vita che plasmano la fede e l’idea di sé di coloro con i quali viviamo e che serviamo. Dobbiamo comprendere le loro paure e la loro amarezza, le loro umiliazioni sofferte e la loro emarginazione proprio come Francesco che, allora, si legò agli emarginati dalla società di Assisi. A quel punto contribuiremo anche a sanare le divisioni fra i sessi. E’ importante ricordare che, come fecero Francesco e Chiara, anche noi, nella famiglia francescana nel mondo, possiamo testimoniare che è possibile per uomini e donne condividere la vita in modo creativo ed essere più forti insieme di quanto lo si è quando le comunità maschili e quelle femminili seguono ognuna la propria strada.
La comunione fraterna con i poveri
“Padre dei Poveri e povero lui stesso, Francesco, facendosi povero con i poveri non poteva sopportare senza dolore di vedere qualcuno più povero di lui, non per orgoglio, ma per intima compassione” (1 Cel 76).
Francesco non si dedicò solo alla solidarietà con i poveri, ma volle vivere per e con i poveri, volle essere loro pari e loro fratello. Di conseguenza, il profondo desiderio di seguire le orme di Gesù lo portò verso i poveri e verso i lebbrosi. Egli volle vivere con loro in comunione fraterna. Dunque pretese che ognuno dei suoi fratelli trascorresse il tempo di noviziato fra i lebbrosi per i quali ciò significò una liberazione autentica che restituiva loro dignità e autostima. Fin dall’inizio, dunque, il movimento francescano non volle essere un’ associazione caritativa per i poveri che soddisfacesse solo le necessità del momento. Esso è una liberazione dei poveri, crede nei poveri e si lega a loro.
b. La solidarietà francescana con i poveri
Nel corso della storia, dunque, i francescani non si sono mai tirati indietro di fronte a progetti e iniziative veramente utili per i poveri. Così sono stati fondati, ad esempio, i “monti frumentarii”, ossia le “banche dei cereali”, per affrontare i tempi di carestia. Sono state fondate fraternità che sostenevano i poveri e visitavano i malati. Sì, ai francescani si devono le prime “banche popolari”, i cosiddetti “monti di pietà”, ampiamente diffusi in Italia, in Spagna, in Francia e in Germania, e grazie ai quali chi apparteneva agli strati più poveri della popolazione poteva prendere in prestito del denaro. E naturalmente sono state proprio le numerose comunità femminili del Terzo Ordine a essere molto sensibili alle necessità del tempo e ad aver compiuto un autentica opera pionieristica nel settore della scuola, della sanità, della solidarietà con le donne e il prossimo. Oggi dobbiamo continuare a sviluppare queste forme, vivendole profeticamente come alternative alle forme dell’economia, in cui gli unici criteri sono il rendimento e il profitto e le persone divengono rimpiazzabili a piacimento.
Francesco e Chiara e l’etica della compassione
Francesco e Chiara nelle loro Regole inserirono non solo un’etica della giustizia, ma anche un’etica della compassione. La capacità di entrambi di considerare la vita dal “punto di vista di una madre”, li portò a sottolineare, non solo che la corretta reciprocità e i pari diritti (giustizia), ma anche la reciproca responsabilità e la mutua assistenza (compassione) (Cf. RegNB 4; RegB 10). Per questo, diedero grande valore ai rapporti fra i fratelli e fra le sorelle. Istituzioni e strutture erano per loro importanti, ma ancor più importanti erano la sollecitudine e l’attenzione (Cf. RegNB 5; RegB 10). La fraternità, come la intendeva Francesco, non dipende dalla buona condotta o dal fallimento di un fratello o di una sorella (Cf. RegB 11). Per lui, nella vita comunitaria, la tanto amata fraternità era più importante della mera condotta corretta e conforme alle regole (Cf. Adm 3, Lm 4). Inoltre, la fraternità non serve in primo luogo al “benessere” dei membri di una comunità, ma è soprattutto segno vitale della forza liberatrice del Vangelo in un mondo in cui è difficile instaurare buoni rapporti.
Se oggi riflettiamo sul significato di un’ “etica della compassione”, dobbiamo estenderla al di là della nostra comunità, includendovi i circoli di preghiera, i lebbrosi, i bisognosi e i gruppi emarginati del nostro tempo e comprendendovi anche le donne. La solidarietà con le donne e “il vivere fra loro” (Cf. RegNB 9, 2; 16, 3) pone oggi un interrogativo centrale: cosa significa per la famiglia francescana che le donne, non per libera scelta, ma sulla base di strutture repressive, nella Chiesa e nella società devono svolgere il ruolo delle “Minores”? In quanto fratelli e sorelle abbiamo la possibilità di fare loro coraggio e indicare valide alternative attraverso l’etica della giustizia e della compassione.
Il Cantico delle Creature
Se oggi parliamo di fraternità, dobbiamo parlare anche della creazione bistrattata, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle del Creato, che Francesco cantò e onorò tanto amorevolmente nel suo Cantico delle Creature. Questo inno alla bellezza e alla forza liberatrice di una creazione voluta da Dio, è la confessione di “un uomo paradisiaco”; libera l’uomo da se stesso, gli insegna a riconoscere e ad amare come creature la natura e l’ambiente, quindi tutte le persone, gli animali, le stelle e anche la Terra. Solo con un tale atteggiamento saremo in grado di modificare il nostro stile di vita in modo da non sfruttare indiscriminatamente la creazione di Dio, ma tutelarla con amore.
Oggi, il mondo ha bisogno di questa spiritualità della creazione se vuole ancora evitare le minacciose catastrofi climatiche che incombono su di esso. Tutti gli esperti sostengono che possiamo ancora evitare il peggio, ma solo se realmente riflettiamo e torniamo a vivere di nuovo in modo conforme alle regole della natura. Per questo non sono sufficienti nuove tecnologie. Abbiamo bisogno di un nuovo atteggiamento. Francesco ci ha offerto l’esempio e noi, fratelli e sorelle della famiglia francescana, abbiamo il compito di mostrarlo e trasmetterlo al mondo.
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P. Andreas Müller OFM, membro della Provincia della Turingia, in Germania, fondatore della Missionszentrale der Fanziskaner (MZF) a Bonn nonché suo direttore dal 1969 al 2002. Dal 1982 è impegnato nel coordinamento e nella promozione internazionale del CCFMC (Comprehensive Course on the Franciscan mission Charism). Dal 2002, dopo aver diretto la MFZ, si occupa del Centro del CCFMC di Würzburg. Da 40 anni si dedica a temi di Teologia contestuale, missione, spiritualità francescana e problematiche Nord-Sud.

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