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2007-2008
Santa Elisabeth da Ungría
VIII centenário do Nascimento
1207-2007

“Abbiamo creduto all'Amore”

Lettera in occasione dell'ottavo centenario
della nascita di Santa Elisabetta,
Principessa d'Ungheria, langravia di Turingia,
penitente Francescana
(1207 – 2007)


A tutte le sorelle e fratelli Francescani del Terzo Ordine Regolare
dell’Ordine Francescano Secolare della Conferenza Internazionale
Francescana Tor che onorano S. Elisabetta come Patrona,
e a tutti i devoti e ammiratori:
la misericordia di Dio ricolmi i vostri cuori.
 

1. VIII centenario: 1207-2007

1.1.     Nell’anno 2007 celebriamo l’VIII centenario della nascita di S.
Elisabetta principessa d’Ungheria, langravia di Turingia e penitente
francescana. L’anno giubilare si inizia il 17 novembre 2006 e si
concluderà il 17 novembre 2007. Il Terzo Ordine Francescano la onora
come Patrona e tutta la famiglia francescana la annovera tra le sue
glorie. Vogliamo approfittare di questa occasione per presentare la sua
eccezionale testimonianza di donazione a Dio Padre, nella sequela di
Cristo e nella sublimazione di tutto il suo essere nel Dio-Amore.
Vogliamo rievocare la consegna di tutte le sue energie nell’esercizio
della carità, fino all’eroismo.
     Abbiamo creduto all’amore di Dio. Papa Benedetto XVI, nell’enciclica
programmatica del suo pontificato, Deus caritas est (DC 1), ci ha
ricordato che queste parole esprimono l’opzione fondamentale del
cristiano. L’amore fu l’asse intorno al quale si svolse tutta la vita di
Santa Elisabetta. Se l’inizio e lo sviluppo della nostra vita cristiana non
sono segnati da una decisione etica ma dall’incontro con una persona,
come dice il papa, il nostro desiderio è che quest’anno 2007 diventi un
incontro con Santa Elisabetta, che ci porti a una comprensione più
personale dell’amore di Dio, perché la nostra fede nel suo amore
diventi più forte, ci spinga e ci incoraggi ad essere strumenti della sua
misericordia. Forse possiamo realizzare con tutto il nostro cuore quella
che fu la scelta fondamentale di tutta la vita di Elisabetta: Abbiamo
creduto all’amore
.
L’astro di Santa Elisabetta nel firmamento della santità, della
solidarietà e degli apostoli della misericordia brilla della luce di Cristo.
Il suo merito trascende le frontiere della Chiesa cattolica e la sua figura
è ammirata e venerata anche dalle confessioni luterane. Scopriamo in
lei modelli universali di carità, di fraternità e di condivisione che
possono orientare nel settore dell’impegno sociale coloro che si
dedicano a spargere il seme della consolazione in mezzo all’umanità
sofferente.
Nella sua vita si incrociano atteggiamenti che rispecchiano
letteralmente il Vangelo di Gesù Cristo. Elisabetta accettò con
decisione intrepida e provocatoria i postulati proposti da Gesù sulla
signoria di Dio Padre, sulle esigenze di spogliarsi di tutto per farsi
piccoli, bambini per entrare nel regno del Padre. Lei dimenticò se
stessa per dedicarsi ai bisognosi: scoprì la presenza di Gesù nei poveri,
nei derelitti della società, negli affamati e nei malati (Mt, 25). Profuse
tutto l’impegno della sua vita nel vivere la misericordia del Dio-Amore
e nel testimoniarla in mezzo a quelli che non conoscevano quella degli
uomini.

1.2.     Nel più autentico stile di Francesco, Elisabetta cercò di seguire
radicalmente Cristo, il quale, essendo ricco, si fece povero. Rifiutò le
apparenze e le ambizioni del mondo, il fasto della corte, le comodità, le
ricchezze e gli abiti lussuosi. Scese dal suo castello e mise la sua tenda
fra i poveri e gli emarginati per servirli. Fu la prima donna francescana
canonizzata. Forgiata nella fucina della vita evangelica, fu la prima
donna che concretizzò nel quotidiano gli ideali di Francesco d’Assisi.
     Certamente la ricorrenza che celebriamo si perde nella penombra
di un passato lontano, abbellito dalle leggende, ma siamo convinti che,
se ravviviamo ciò che fu il vissuto di questa santa e quello che lei fece,
tutti ne usciremo arricchiti nell’essere e nel fare. L’autentica santità e
l’umanesimo senza frontiere trascendono il tempo e ogni cultura. Il
messaggio della sua esistenza va oltre gli otto secoli che ci separano
dalla sua nascita. Ma per una giusta comprensione della santità di
Elisabetta non possiamo ignorare il fatto che lei è figlia del suo tempo,
del secolo XIII, quando la religione costituiva il valore supremo della
società.
     Vogliamo entrare nel suo spirito, nel suo cuore per scoprire la
sorgente da dove sgorgavano la sua energia misericordiosa e il suo
amore senza limiti e senza distinzioni. Vogliamo lodare e ringraziare
Dio per la singolarità di Elisabetta, per la sua decisione senza
compromessi, per il suo coraggio a staccarsi dal suo contesto sociale.
Tali sono le ragioni di queste celebrazioni e di questa lettera indirizzata
alla famiglia francescana e, in particolare, alle sorelle e ai fratelli del
Terzo Ordine Regolare e Secolare.

2. Vita e leggenda di Elisabetta

2.1.     La sua vita è intessuta di leggende che, essendo frutto della
venerazione e della fantasia popolare, sottolineano aspetti importanti
della sua personalità. Spinti dalla nostra sensibilità realistica e
pragmatica, ci chiediamo quale storia si nasconda dietro a quelle
leggende devozionali. Da una parte l’inventiva ha delineato una
Elisabetta al di fuori dell’ambito umano, ma nel contempo ha
contribuito a mettere in rilievo la sua personalità, il suo genio, la sua
santità unica e provocatoria. Non possiamo rifiutare le leggende che
avvolgono la sua persona e la sua opera come una corona. Sono i colori
vivi della sua immagine, sono la metafora dei fatti. Ma vogliamo anche
conoscere le strutture biografiche che intessono la sua vita. L’essenziale
non fu costituito dai miracoli ottenuti da Dio, ma dall’amore che i
miracoli riflettono e irradiano.
     Con grandi tratti faremo un riassunto della sua vita per
approfondire alcuni aspetti più caratteristici e seguiremo
sommariamente le tappe più significative della sua esistenza. Ci
avvicineremo a lei vista come sposa e madre, come strumento della
misericordia di Dio, come penitente francescana, come fondatrice,
come santa. Sotto tutti questi aspetti, Elisabetta è una figura
eccezionale.

2.2.     Chi fu Elisabetta? Una principessa ungherese nata nel 1207,
figlia del re Andrea II e di Gertrude di Andechs-Merano. Non
conosciamo con certezza né il luogo, né il mese, né il giorno della sua
nascita. Soltanto riteniamo sicuro l’anno. Secondo la tradizione
ungherese e l’opinione generale di molti storici, il luogo della sua
nascita fu il castello di Sárospatak, uno dei preferiti dalla famiglia reale,
al nord dell’Ungheria. Altre opinioni, con scarso fondamento,
sostengono Presburgo, attualmente capitale della Slovacchia con il
nome di Bratislava. Come data della nascita, la tradizione suole indicare
il 7 luglio.
     In quell’anno Francesco di Assisi era impegnato nella ricerca di
una nuova identità. Aveva ormai rovesciato gli interessi della sua vita e
aveva scelto di vivere la penitenza con radicalità. Con lo stesso
entusiasmo egli predicava la penitenza al popolo cristiano.
     Tra gli antenati di Elisabetta, tanto per via paterna quanto per
ascendenza materna, si annoverano alcuni santi e sante, come pure
eminenti prelati.
     Seguendo gli usi della nobiltà medievale, Elisabetta fu promessa
sposa a un principe tedesco di Turingia. All’età di quattro anni (1211),
la principessa bambina intraprese un lungo viaggio verso la nuova
patria. La consegna della principessina alla delegazione germanica ebbe
luogo a Presburgo, allora la postazione più occidentale del regno
d’Ungheria. Questa fortezza fu, dunque, soltanto il luogo di sosta e di
transito nel viaggio di Elisabetta verso la Turingia.
     Secondo l’usanza del tempo, Elisabetta fu educata nella corte di
Turingia, con i figli della famiglia principesca e quindi con il futuro
sposo. A 14 anni si sposò con Lodovico IV, landgravio o principe di
Turingia. Ebbe tre figli. A 20 anni diventò vedova. Morì all’età di 24
nel 1231. Fu canonizzata da Gregorio IX nel 1235. Un record di vita
intensa e crocifissa per scalare la santità più elevata ed essere proposta
come esempio imperituro di abnegazione e di donazione.
     C’è un malinteso dovuto alle biografie popolari e poco critiche
che fanno chiamare Elisabetta regina di Ungheria. Invece, lei non fu
mai regina né d’Ungheria né di Turingia, ma principessa d’Ungheria e
langravia di Turingia in Germania. Tradizionalmente Elisabetta viene
rappresentata con una corona sul capo, non perché fu regina, ma
perché la corona le spettava come principessa.

3. Sposa e madre

3.1.     Le compagne e ancelle di Elisabetta ci descrivono come il suo
pellegrinaggio verso Dio incominciò quando era ancora fanciulla: i suoi
giochi, i suoi sogni, le sue preghiere erano atti orientati verso Dio.
Nelle varie tappe della sua vita è manifesto un cammino di rinuncia, di
purificazione e di ascesi, proteso verso una identità evangelica. Passi
decisi di distacco interiore ed esteriore segnano la sua breve vita fino al
raggiungimento di una spoliazione totale come Cristo sulla croce, fino
a raggiungere l’unione del cuore con il Crocifisso, presente anche nei
poveri e nei piccoli.
     Come possiamo descrivere concretamente il suo itinerario di
elevazione e di purificazione? In generale, diciamo che Elisabetta
realizzò il programma di vita proposto da Gesù nel Vangelo: «Chi
vorrà salvare la propria vita, la perderà. Ma chi perderà la propria vita
per amore mio e del Vangelo, la salverà» (Mc 8, 35; Lc 17, 33). «Se
qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua
croce e mi segua» (Mc 8, 34). Il vertice della sua vita fu il dono totale di
se stessa, che volle annullarsi e dimenticarsi per il bene degli altri. Il suo
sguardo era fisso nel Dio-Amore, che illuminava il suo volto e
avvolgeva di luce i bisognosi che ricorrevano a lei.

3.2.     Dal 1221 fino al 1227, Elisabetta fu esemplare sposa, madre e
langravia di Turingia; una delle donne di più alta genealogia
nell’impero. Questa posizione preminente le proveniva sia dalla sua
origine come figlia di re, sia dall’essere la sposa di un principe elettore,
il langravio Lodovico IV di Turingia.
     Le nozze furono celebrate nella chiesa di San Giorgio a Eisenach.
Lei aveva 14 anni. Era stata educata dalla principessa Sofia, madre di
Lodovico, come un membro della propria famiglia. I due sposi,
Lodovico ed Elisabetta, crebbero insieme come fratelli. Il mutuo
rapporto tra di essi era “caro fratello”, “cara sorella”.
     Le relazioni matrimoniali tra loro non erano secondo l’usanza
dell’epoca, di solito segnate da ragioni o da vantaggi politici, ma
vivevano un autentico affetto fraterno e coniugale. Ambedue gli sposi
condividevano gli stessi ideali dell’unica fede. A lei piaceva farsi bella
per lo sposo quando questi ritornava da un lungo viaggio.
     Nelle fonti ci sono parecchi dettagli sul loro matrimonio, che non
fu una imposizione accettata per obbedienza. Al contrario, esso
rispondeva a una condizione vissuta e condivisa pienamente nella
visione cristiana della santità matrimoniale. Qui troviamo una delle
note della santità di Elisabetta. Il matrimonio non era visto allora dalla
Chiesa come un cammino di santificazione, come era invece per la
verginità, per il martirio e per la vita monacale. Risulta nella bolla di
canonizzazione che il papa considerò lo stato matrimoniale come uno
degli elementi che conferivano novità alla santità di Elisabetta.
     Nel suo matrimonio colpisce la perfetta sintonia tra i due coniugi,
l’affetto e la totale mutua accettazione. I primi documenti ribadiscono
la comprensione di Lodovico verso l’inclinazione devota e caritatevole
della sposa. Condivideva i suoi stessi ideali religiosi e misericordiosi
verso i poveri. Ma egli era un soldato dell’impero, signore e giudice
nella sua corte e nei suoi domini. Dopo la sua morte (1227), fu
venerato come santo dai suoi sudditi.

3.3.     Dopo sposata, Elisabetta dedicava molto tempo alla preghiera,
che protraeva fino alle tarde ore della notte, nella stessa camera
matrimoniale. Era consapevole che doveva dedicarsi totalmente a
Lodovico, ma aveva già sentito la chiamata “dell’altro sposo” che le
aveva rivolto il “Seguimi!” evangelico. Comunque, da questo amore a
due versanti scaturiva una gioia profonda e una perfetta soddisfazione,
non il conflitto di una scissione interiore. Adesso possiamo dire che
Lodovico fu per lei il tenero amore terreno, sensibile, immediato, un
amore contemplato nel grande contesto esistenziale di una vita e in un
mondo guidato da Dio. Al di sopra di tutte le circostanze umane,
contava l’amore di Dio, Bene assoluto, tutto il Bene, il sommo Bene.
Dio era il valore supremo e incondizionato che corroborava tutti gli
altri amori verso lo sposo, verso i figli e i poveri.
     Il miracolo delle rose, narrato dalla leggenda, non esprime bene
queste relazioni coniugali. Quando Elisabetta fu sorpresa dallo sposo
con il grembiule pieno di pani, non aveva nessun motivo per
nascondere il suo gesto al marito. Lui era sempre d’accordo con i suoi
eccessi caritatevoli, come si dimostrò nella carestia del 1226, quando
svuotò i granai del contado in assenza del marito. Quando lui ritornò e
ascoltò le accuse dei sudditi, approvò senza riserve la condotta della
sposa. Non c’era dunque nessuna ragione perché quei pani
diventassero rose. Dio non fa miracoli inutili. Comunque, i suoi gesti
misericordiosi profumavano come rose nelle mani degli affamati e nelle
piaghe degli afflitti. Da tale leggenda le rose sono diventate un simbolo
nella iconografia della nostra singolare santa.

3.4.     A 15 anni Elisabetta ha avuto il primo figlio, Ermanno, l’erede al
trono. Dopo sono arrivate due figlie, Sofia e Gertrude; quest’ultima
quando era gia morto il suo sposo (1227) ed Elisabetta stessa aveva
soltanto 20 anni.
     Quando morì il suo consorte, scomparve anche la principessa e si
rivelò la sorella penitente. La sua vita cambiò radicalmente. Elisabetta
fu espulsa dal castello dal cognato Enrico Raspe, o forse lei stessa lo
abbandonò volentieri per realizzare i suoi ideali di rinuncia e di povertà
evangelica. Si discute tra i biografi se fosse stata cacciata o se se ne
fosse andata di propria iniziativa. In ogni caso, da allora terminò l’era
della nobile langravia e incominciò l’epoca decisiva della sua vita in un
cammino di immersione in Dio e di conversione in povera tra poveri e
bisognosi. In tal modo Elisabetta realizzò l’ideale di povertà e di
misericordia, appreso dall’esperienza di Francesco, nel quale inabissava
il cuore. Discese a valle, tra i suoi, ma i suoi non la ricevettero. La sua
risposta alla solitudine e all’abbandono fu il Te Deum, come canto di
ringraziamento che fece intonare nella cappella dei Francescani.

4. Elisabetta, penitente francescana

4.1.     Elisabetta d’Ungheria è la figura femminile che più genuinamente
incarna lo spirito penitenziale di Francesco d’Assisi. Si è discusso se fu
o no terziaria francescana. Dobbiamo puntualizzare che negli anni di
Elisabetta non esisteva nella Chiesa una categoria ufficiale di religiose
penitenti francescane di vita comunitaria. Forse per questo o perché
non si tiene conto di ciò che era veramente l’ordine medievale della
penitenza promosso da Francesco, ci sono degli storici che, senza
fondamento, negano globalmente la sua appartenenza alla famiglia
francescana. Ignorano anche che Elisabetta fu una pioniera nella
creazione di uno stile di vita comunitaria e penitente dedicata alle opere
di misericordia, che dopo i secoli ha costituito uno de pilastri del
carisma terziario francescano. Sappiamo però con certezza che nei
tempi della morte e canonizzazione di Elisabetta c’erano in molti paesi
d’Europa penitenti guidati dai frati minori e da altri sacerdoti.

4.2.     Un primo tentativo dei frati minori di penetrare in Germania nel
1219 fallì per mancanza di preparazione. Pochi anni dopo, nel
settembre di 1221, venticinque di loro intrapresero di nuovo la
missione in forma più pianificata sotto la guida di un fratello tedesco,
Cesario da Spira. Nel 1225, le fondazioni francescane in territorio
tedesco erano già 18. Non si trattava di grandi chiese con conventi, ma
umili centri familiari di predicazione. In quell’anno arrivarono anche a
Eisenach, la capitale della Turingia, nel cui castello di Wartburg
risiedeva la corte del gran ducato, presieduta da Lodovico ed
Elisabetta.
     Giordano da Giano, che guidò questa spedizione, nella sua
cronaca delle fondazioni (1262) dice che entrò nell’Ordine «un laico
chiamato Ruggero il quale dopo diventò maestro di vita spirituale di
Santa Elisabetta, insegnandole a custodire la castità, l’umiltà e la
pazienza, a vegliare in orazione e a dedicarsi assiduamente alle opere di
misericordia» (FF 2352). Se Giordano ci dice che Ruggero era un laico
quando fu ammesso, non significa che dopo non fosse ordinato
sacerdote e diventasse anche confessore di Elisabetta. Lo stesso
Giordano entrò da laico e fu ordinato sacerdote nel 1223.
     La predicazione dei frati minori tra il popolo consisteva
nell’esortare i fedeli a fare vita di penitenza, cioè, l’abbandono della vita
mondana, la pratica della preghiera, della mortificazione e l’esercizio
delle opere di misericordia. Tale fu l’insegnamento di Ruggero a
Elisabetta, quello che aveva imparato da Francesco, che penetrò nella
sua anima predisposta già per i valori dello spirito; questo viene
confermato da Giordano. Nel 1225 lei aveva 18 anni ed era sposata.

4.3.     Le fonti francescane ci raccontano come Francesco optò per lo
stato di vita penitenziale, che consisteva in una esperienza intensa e
radicale di fede. Lo stato penitenziale si assumeva con un proposito o
rinuncia formale al mondo, come fece lo stesso Francesco che rifiutò
di diventare monaco. L’altro gesto significativo era l’adozione di un
abito penitenziale. Francesco scelse di seguire decisamente nella
povertà Gesù, il quale, essendo Dio, non ha voluto fare ostentazione
della sua condizione divina, ma si fece povero e si abbassò facendosi
uno di tanti (Fil 2, 6-7). Francesco dimostrò che la santità poteva fiorire
in mezzo al popolo se si fossero abbandonati gli interessi mondani.
Fece capire chiaramente che la santità non era patrimonio dei monaci,
né di eremiti. La prima regola dei penitenti, il Memoriale propositi, fu
approvata nel 1221, l’anno delle nozze di Elisabetta.
     Essa visse profondamente l’incarnazione di Dio nell’umanità di
Gesù Cristo. Scese dal trono, si identificò con i diseredati della società
diventando una di loro. Già prima aveva dimostrato che anche nei
palazzi e nei castelli si poteva vivere la fede in Cristo, sottomessa alla
signoria di Dio Padre; ma dopo lo fece nell’abbandono e nella povertà,
nella gioia e nella sofferenza.

4.4.     Tutta una serie di testimonianze convergenti ci parla del suo
essere francescana. Voler negare ciò equivarrebbe a violentare i testi, i
riferimenti alla sua vita, e ignorare l’istituzione penitenziale promossa
da San Francesco. I frati minori la educarono alla vita penitenziale e da
essi Elisabetta conobbe la personalità di Francesco. Se i Francescani
non la guidarono verso la penitenza, verso dove l’avrebbero orientata?
Quelli che hanno voluto vedere in lei una “semi-religiosa” vicina
all’ordine cistercense non hanno nessuna prova.
     Le testimonianze sul suo vivere francescano sono molto evidenti
e innegabili nelle prime fonti. Non potremmo capire Elisabetta senza
questo aspetto fondamentale. Accenniamo ad alcuni riferimenti tra i
più espliciti:
     — Fra Ruggero diventò la sua guida spirituale quando i
Francescani si stabilirono a Eisenach.
     — Corrado, il sacerdote che, dopo l’incontro con frate Ruggero,
fu il suo direttore spirituale e confessore, in una sua lettera al papa,
chiamata anche Summa vitae, testimoniò che Elisabetta diede ai frati
francescani una cappella in Eisenach.
     — Elisabetta filava la lana per gli abiti dei frati minori e per i
poveri. Ci possiamo domandare se questo atteggiamento era
conseguenza degli insegnamenti di Francesco che, nel suo testamento,
esortava i suoi fratelli a vivere del lavoro manuale, oppure, in caso di
necessità, ricorrere alla mendicità.
     — Quando fu scacciata dal suo castello, sola e abbandonata, se
ne andò dai Francescani per far cantare un Te Deum di ringraziamento a
Dio.
— Il maestro Corrado dichiarò che un Venerdì Santo, il 24 di
marzo 1228, fece la professione pubblica nella cappella francescana. A
questo atto solenne erano presenti i frati, i parenti (le ancelle) e i suoi
figli. Davanti a tutti e per propria volontà, mise le mani sopra l’altare
spogliato, rinunciò alle vanità del mondo. Assunse anche l’abito grigio
dei penitenti come segno esterno. Tale era il colore che vestivano i frati
e i penitenti in quel tempo.
     — Le quattro ancelle, che furono interrogate nel processo di
canonizzazione, presero anche lo stesso abito grigio. Corrado allude a
questa “tunica vile” con la quale Elisabetta volle essere sepolta. Per lei
questa tonaca costituiva un segno di capitale importanza: esprimeva la
professione religiosa che le aveva conferito una nuova identità.
     — L’ospedale che fondò a Marburgo (1229), lo dedicò a San
Francesco, canonizzato nove mesi prima.
     — Un autore anonimo cistercense (1236) afferma che, Elisabetta
«vestì l’abito grigio dei frati minori». Il colore grigio dei Francescani
deve essere inteso in senso molto generico, con un’ampia gamma di
toni che si possono ottenere con la mescolanza di lana naturale bianca
e nera. In questo senso parlano le referenze storiche di quel tempo.
Quelli che sostengono che Elisabetta fu di spiritualità cistercense non
hanno tenuto conto di questa testimonianza.
     — L’impegno dimostrato da Elisabetta per vivere la povertà, fare
donazione di tutto e dedicarsi alla mendicità, non sono prerogative che
Francesco chiedeva ai suoi seguaci?

4.5.     Nelle fonti biografiche troviamo due professioni di Elisabetta e
due maniere di professare usate in quel tempo: nella prima, quando era
ancora in vita il suo marito, Elisabetta mise le mani in quelle del
superiore, Corrado, che ricevette il voto; nella seconda, più solenne, di
maggiore impegno, mise le mani sopra l’altare. La professione poteva
essere fatta anche collocando una dichiarazione sull’altare.
     Davanti a tali testimonianze, non possiamo non ammettere che
Elisabetta fu guidata dai frati minori, che mostrò fiducia e simpatia per
loro e che da essi conobbe la personalità di Francesco d’Assisi e lo stile
di vita penitenziale che egli insegnò. Se fu religiosa, come il papa dice e
noi spiegheremo, di quale Ordine era figlia?
     Dopo la morte del marito, avrebbe potuto entrare in un
monastero, come fece la suocera Sofia, e diventare badessa come sua
zia Mechtilda. Così facevano molte nobili dame del suo tempo. Ma
Elisabetta ha rifiutato questa ipotesi. Il suo ideale non era la vita
monacale, come non lo fu nemmeno per Francesco. Volle rimanere nel
mondo senza appartenere al mondo, e così restare più vicina a quelli
che soffrivano, fino a identificarsi con loro.

4.6.     La famiglia francescana mai ha dubitato sul francescanesimo di
Elisabetta. Fin dal secolo XIII ha sostenuto che è uno dei suoi membri
più eminenti. Ma è il Terzo Ordine Francescano, quello Regolare come
quello Secolare, che la onorano come patrona e sempre la hanno
annoverata come singolare pioniera nell’esercizio del suo carisma:
conversione evangelica e opere di misericordia.
     Questa tradizione viene confermata dalla iconografia e dalla
letteratura, dalla devozione di tutti i francescani, dagli elenchi dei santi
francescani... Sarebbe troppo lungo, e qui impossibile, presentare tutte
le testimonianze; per questo si può ricorrere alla letteratura
specializzata che è molto abbondante.
     Anche numerosi autori e artisti non francescani presentano
Elisabetta come francescana. Per esempio, l’autore anonimo
cistercense, come abbiamo riferito prima, che elaborò la prima vita di
Santa Elisabetta già nel 1236, un anno dopo la sua canonizzazione, dice
che «vestì l’abito grigio dei frati minori». Ci possiamo domandare di
nuovo quale religione è quella senza monasteri e francescana che
assunse allora Elisabetta se non fu quella della penitenza predicata da
Francesco di Assisi e dai suoi frati?

5. Fondatrice di una comunità religiosa

5.1.     Insieme ai Francescani, oppure dopo di essi, Corrado di
Marburgo fu il suo confessore e direttore spirituale. Era un predicatore
povero e austero, sacerdote secolare o forse cistercense. Il papa lo
nominò visitatore dei monasteri di Germania, predicatore della crociata
e, in seguito, inquisitore generale. Lodovico, sposo di Elisabetta, gli
affidò la cura della famiglia durante la sua assenza (1226). Elisabetta lo
accettò come guida e confessore, proprio perché era povero. Gli
promise obbedienza e fu fedele alle sue consegne, che interpretò a sua
discrezione, secondo l’ispirazione di Dio.
     Sotto la sua guida, Elisabetta visse nel castello di Wartburg da
penitente. Seguì spontaneamente e liberamente le orme di Francesco,
dedita alla preghiera, alle rinunce austere, al servizio degli umili e degli
abbandonati. Pur avendo appreso questo stile di vita dai Francescani, la
prima professione di penitente la emise nelle mani di Corrado, ma non
da sola.
     Avrebbe potuto diventare una penitente solitaria, ma non fu così.
Anche lei, come Francesco, ha avuto delle compagne con le quali
condividere il suo primo progetto di vita penitenziale. Le ancelle Guda,
Isentrude ed Elisabetta (collaboratrice) promisero anche obbedienza al
maestro Corrado, promisero la castità e fecero voto di non usare beni
acquistati ingiustamente. Così formarono con lei una fraternità
penitenziale nel castello di Wartburg. Corrado diventò il visitatore di
quella piccola fraternità, come veniva stabilito nella regola antica, il
Memoriale. Questo regolamento organizzava l’ordine penitenziale in
fraternità messe sotto la giurisdizione del vescovo e dei visitatori da lui
nominati. I visitatori non dovevano essere necessariamente
Francescani. San Francesco, nella regola non bollata (1221), ordina che
«nessuna donna in maniera assoluta sia ricevuta all’obbedienza da alcun
frate, ma una volta datole il consiglio spirituale, essa faccia vita di
penitenza dove vorrà» (cap. XII). Cosi comprendiamo bene perché la
professione penitenziale di Elisabetta fu emessa nelle mani di Corrado.
     Era una piccola fraternità di preghiera e di vita ascetica sotto il
suo superiore-visitatore Corrado. Elisabetta indicava ciò che si poteva
mangiare o bere, dopo aver ascoltato il maestro. Dopo la morte del suo
sposo Lodovico, le compagne la seguirono in esilio, dal castello verso il
mondo dei poveri. Nelle ore amare della solitudine e dell’abbandono,
esse sostennero l’animo della principessa mendìca e furono
incoraggiate da lei a fare la volontà del Signore.

5.2.     Con la seconda professione pubblica di penitente, il Venerdì
Santo 1228, la fraternità si costituì in una comunità di sorelle che
professarono come lei, vestirono come lei e si impegnarono con lo
stesso proposito di testimoniare la misericordia di Dio. Si trattava di
una piena vita religiosa per donne professe, senza clausura stretta e
dedicate ad un impegno sociale: servire i poveri, gli emarginati, i malati,
i pellegrini, e l’insegnamento ai figli dei poveri...
     Le allusioni a una comunità religiosa contenute nel Libellus sono
abbastanza numerose e chiare. Se siamo conseguenti nelle deduzioni,
dobbiamo riconoscere che Elisabetta fondò una congregazione
femminile penitente. Non dimentichiamo che i penitenti erano persone
consacrate, come emerge dalle bolle di Gregorio IX e dai suoi
predecessori; non erano semplici secolari e neppure “semi-religiosi”,
come alle volte hanno scritto quelli che non conoscono l’ordine della
penitenza.
     Ma l’approvazione canonica di un tale stile di vita comunitaria,
senza clausura stretta, dovette aspettare alcuni secoli. Le istituzioni
religiose femminili dedite alla cura degli ammalati e dei bisognosi,
all’insegnamento e all’educazione dell’infanzia e della gioventù, come
pure a tante altre opere di misericordia, non furono riconosciute dalla
Chiesa se non dopo di aver superato il concetto di clausura papale
rigorosa decretata dal concilio di Trento per tutte le monache e
religiose professe.

5.3.     Il papa Gregorio IX, nella bolla di canonizzazione, afferma che
Elisabetta vestì l’abito di religiosa: «religionis habitum induit».
     Le quattro ancelle e compagne religiose, che testimoniarono nel
processo di canonizzazione, furono Guda, Isentrude, Elisabetta ed
Ermengarda, quelle che vissero più tempo con lei; ma appaiono
almeno altre due in più. Dalle loro testimonianze si desume
espressamente che erano religiose e come tale erano riconosciute. Le
quattro riferiscono che ricevettero l’abito della penitenza. Con lei
condividevano lo stile di vita religiosa in comune: mangiavano e
lavoravano insieme, uscivano insieme a visitare le case dei poveri o
andavano a portare gli alimenti ai bisognosi. Tornate a casa, si
ritrovavano tutte nella preghiera. Il rapporto con le ancelle era molto
affettuoso. Elisabetta stava con loro come con care amiche e voleva
essere trattata da loro familiarmente pur essendo lei la signora.
     Guda, l’amica dell’infanzia, ricevette l’abito come Elisabetta.
Isentrude l’aveva accompagnata per cinque anni anche durante la vita
matrimoniale. Lei dimostra una conoscenza più profonda dei dettagli
della interiorità di Elisabetta: la sua intensa preghiera e pietà, la sua
moderazione nel mangiare e bere, le discipline, la gioia infantile, il suo
lavoro manuale di filato per le tonache dei Francescani e degli
indigenti, l’assistenza ai lebbrosi, ai bambini e ai disabili, gli
ammonimenti ai cortigiani, ai genitori e, infine, il tratto rigoroso del suo
direttore spirituale, Corrado di Marburgo, con i suoi flagelli e l’impegno
nel «frangere la sua volontà».
     L’ancella Elisabetta, confessando di aver preso l’abito religioso in
quella comunità religiosa, ci offre dettagli preziosi: la Santa preparava i
cibi per i poveri insieme alle sue ancelle «dedicate a Dio e con abito
grigio». L’espressione latina che il testo applica alle ancelle è, «Deo
devotis», che esprime chiaramente la sua professione religiosa nella vita
penitenziale, come si usava nella letteratura del tempo.
     Ermengarda, «religiosa vestita con abito grigio», ci ricorda
l’affetto che Elisabetta, come Francesco, nutriva per i lebbrosi, gli
umiliati, gli esclusi della società. E racconta come, morto il marito, il
suo cognato non le permise di disporre dei suoi beni. Certamente,
Elisabetta avrebbe potuto partecipare come una povera in più, delle
elemosine che si spendevano nelle corte principesche, ma lei lo rifiutò e
preferì sostentarsi con il lavoro delle proprie mani e mendicando:
«elegit abiecta esse et opere manuum eius velud questionaria cibum
adquirere». Non era questo il consiglio di Francesco ai fratelli, di
lavorare e mendicare?
     Ildegonda è un’altra religiosa, ma non fu chiamata a dichiarare in
sede di processo. È quella ancella che, per errore di Elisabetta, ricevette
alcune forbiciate nella sua bella chioma. Nella ripartizione degli
alimenti e delle elemosine, Elisabetta non voleva che uno stesso povero
ricevesse l’elemosina due volte a detrimento degli altri. Per evitarlo,
minacciò di tagliare i capelli ai trasgressori di tale ordine. Ildegonda fu
accusata falsamente davanti ad Elisabetta e questa, senza indugio, le
accorciò i vistosi capelli. Quando si rese conto della sua innocenza,
Elisabetta la chiamò per consolarla e la invitò a seguire una vita migliore:
entrare al servizio dell’ospedale, «prendendo l’abito religioso».

5.4.     Corrado di Marburgo confessa, nella sua lettera al papa o Summa
vitae
, che separò da Elisabetta le sue compagne più care e la lasciò sola
insieme a una religiosa alquanto grezza, unitamente ad una vecchia
nobile, sorda e austera, affinché si esercitasse nell’umiltà e nella
pazienza. Pur riconoscendo che lo fece per farla progredire nella virtù,
come lei desiderava, gli storici hanno visto in questo fatto un certo
sadismo del maestro Corrado. Ma, tenuto conto che egli era stato
visitatore di monasteri e in quel tempo esercitava tale ufficio in quella
comunità, l’allontanamento delle compagne religiose forse potrebbe
interpretarsi come una scelta per sciogliere quella congregazione
iniziale che non era conforme alle direttive canoniche. Così, invece di
attribuire il gesto alla crudeltà del maestro, sarebbe più plausibile
pensare allo zelo per l’osservanza della legge, di cui si dimostrò
premuroso il tutore di Elisabetta.

5.5.     Se Elisabetta era religiosa, come chiaramente confermò il
pontefice nella sua bolla, se le sue compagne avevano professato come
lei e vestivano lo stesso abito, possiamo chiederci quale era lo stato di
vita religioso che avevano abbracciato? La risposta è chiara: esse
potevano essere soltanto membri dell’Ordine della penitenza, chiamato
anche Terzo Ordine Francescano, quello che predicavano e
divulgavano i frati minori.
     La regola dei penitenti, il Memoriale propositi, non contemplava
l’istituzione penitenziale come un ordine gerarchico, con superiori
propri, ma come una entità composta da fraternità diocesane. Non
includeva, comunque, nessuna connotazione monastica, né la vita in
comune in conventi. Era destinata a regolare la vita consacrata nel
mondo. Ma i penitenti che assumevano tale regola e abito erano
religiosi, Deo devoti, dediti al servizio di Dio. Non erano semplici laici:
benché continuavano a vivere nel mondo, erano persone consacrate.
La loro vita era fatta di pietà e di rinuncia. Molti di loro si dedicavano
alle opere di misericordia tra i bisognosi, come fece Santa Elisabetta.
Per descrivere la sua vita e capire l’ordine della penitenza, dobbiamo
leggere la lettera di San Francesco a tutti i fedeli penitenti, sotto questa
prospettiva.
     Elisabetta aggiunse alle esigenze della regola la vita in comunità
con le sue ancelle, per rendere più efficace la carità e la preghiera. Non
fu l’unica a professare la vita penitenziale francescana in comunità, ma
fu la più significativa tra le fondatrici, quella che più d’ogni altra orientò
la pratica dell’esercizio della carità verso orizzonti inimmaginabili. Fu
pioniera senza rendersene conto. Possiamo dunque concludere che
Elisabetta fu una religiosa professa penitente secondo lo stile di
Francesco di Assisi. Visse intensamente i capisaldi della spiritualità
penitenziale francescana e fondò una comunità consacrata al servizio di
Dio e dei bisognosi.

5.6.     Lungo il corso di molti secoli, la vita penitenziale francescana
non è stata rettamente interpretata quando viene presentata come una
istituzione destinata esclusivamente ai laici e agli sposati. Con il Diritto
Canonico attuale possiamo capire meglio la vita di quei penitenti, come
vera vita consacrata nel mondo.
     Quindi, molti di questi penitenti cercarono, lungo i secoli, una
vita religiosa in eremi o nella vita comunitaria, come fece inizialmente
lo stesso Francesco. Tra questi penitenti, Santa Elisabetta occupa un
posto eminente. Ci furono altre donne che percorsero una strada
simile. Alludiamo a Rosa da Viterbo (1235-1253), Margherita di
Cortona (1247-1297) e Angela da Foligno (1248-1309), per citare
alcune tra altre. Esse raggrupparono ugualmente piccole comunità di
compagne sotto la regola francescana della penitenza per vivere il dono
della conversione evangelica ed esercitare la misericordia.
     Tali congregazioni non furono approvate dalla Chiesa perché le
comunità religiose femminili di vita attiva non erano contemplate nel
Diritto Canonico di quel tempo. Da questo maggiore impegno
evangelico dei penitenti, chiamati anche Terziari, sorse in diverse
epoche e luoghi il Terzo Ordine Regolare.
     Il fatto che alcuni storici mettano in dubbio l’appartenenza di
Elisabetta all’area francescana potrebbe attribuirsi alla mancanza di
conoscenza dell’ordine francescano della penitenza nelle sue origini.
Certamente il Memoriale era dedicato «a quelli che vivono nelle proprie
case», ma vi erano già allora persone, uomini e donne, che si ritiravano
in luoghi solitari per condurre una vita più intensa di preghiera e di
privazioni. Altri formarono delle comunità per vivere con maggiore
impegno la loro consacrazione. Questo è appunto il caso dell’esempio
di Santa Elisabetta.

5.7.     La domanda che ci dobbiamo fare è questa: se il papa Gregorio
IX dichiara che Elisabetta era religiosa, perché non dice a quale stato di
vita religiosa apparteneva o perché non approvò la fraternità da lei
fondata? La Chiesa non contemplava allora che le donne professe
come penitenti vivessero in comunità senza clausura papale e che
dedicavano la loro vita a opere di apostolato. Tutte le comunità che si
formarono allora furono sospinte verso la vita monacale. Alla donna
erano riservati o il matrimonio o la vita monacale. La vita religiosa
piena al di fuori di un monastero e l’apostolato pubblico non erano una
condizione riconosciuta come adatta per le donne. Peggio ancora, la
donna non legata in matrimonio o non chiusa in un monastero era
vista come un pericolo per l’uomo. Era considerata come l’erede di
Eva che seduce Adamo!
     In quegli anni c’è l’altra seguace di Francesco, Chiara d’Assisi, che
ebbe la grazia particolare di gioire di un rapporto personale con lui e
lasciarsi sedurre dal suo messaggio. Dopo anni di incertezza e di
ricerca, la sua comunità, inizialmente penitenziale, trovò la “sequela
Christi” nell’orazione, nella contemplazione e nella vita monastica
claustrale. Chiara optò per l’ufficio di Maria di Betania e restò così
chiusa tra le mura di San Damiano, senza avere l’opportunità di
tradurre in opere lo stesso stile di vita apostolica che animavano
Francesco e i suoi compagni, né svilupparlo in una attività benefica
come Elisabetta. La vita monastica era l’unica forma canonica
riconosciuta dalla Chiesa per le comunità religiose femminili.
     Elisabetta invece seppe collegare i due atteggiamenti, quello
dell’intimità con Dio, come Maria e quello del servizio attivo ai poveri,
come Marta a Gesù. Se la sua opzione esistenziale fu quella di
consacrarsi a Dio e alla carità attiva tra i bisognosi, non abbiamo
nessun altro termine per definirla se non il termine “religiosa” usato dal
papa.
     Sappiamo che il cardinale Ugolino, futuro papa Gregorio IX,
promosse la claustralizzazione di molte comunità femminili, tra le quali
anche le Clarisse. Sapeva bene che Elisabetta non era stata monaca
rinchiusa e che la sua comunità religiosa non era compresa fra le leggi
canoniche di quel tempo. Il fatto di approvare una tale istituzione,
come quella di Elisabetta, esigeva dei cambiamenti radicali nella
mentalità corrente nei confronti della donna nel Diritto Canonico e
come membro della Chiesa. E questi cambiamenti arriveranno alcuni
secoli dopo.
     Non è da meravigliarsi che la figlia di Elisabetta, Gertrude, non
seguì i passi nella congregazione fondata dalla madre perché non era
canonica né era stata approvata. Essa, infatti, fu badessa di un
monastero premostratense e anche lei fu proclamata santa.
     Nei tempi di Elisabetta, il vescovo belga, Giacomo da Vitry, fece
approvare un regolamento per donne pie con una certa vita
comunitaria: erano le beghine. Creare delle nuove regole era vietato dal
concilio Lateranense IV (1215). I beghinaggi in Belgio erano piccoli
villaggi di abitazioni particolari con alcune dipendenze comuni ed
erano circondati da muraglie. Quindi, in certo modo, con clausura.

5.8.     Il concilio di Trento, nella seconda metà del secolo XVI, ribadì la
clausura totale per tutti i monasteri di donne professe. In seguito fu
riconosciuta canonicamente la creatività di Elisabetta e di tante altre
sante donne impegnate a vivere con il cuore, le mani, e la parola la
misericordia del Padre negli strati bisognosi della società.
     Oggi le congregazioni femminili TOR sono intorno alle 400 unità
con oltre cento mila religiose professe che seguono lo stile di vita di
Elisabetta e possono chiamarsi “sue eredi”. Esse non hanno l’esercizio
della misericordia limitato da mura monastiche invalicabili. Neppure
mancano le seguaci di Elisabetta nella vita contemplativa, l’altro aspetto
distintivo di questa santa. Non a caso, Santa Elisabetta è stata
proclamata patrona di tutto il Terzo Ordine Francescano, Regolare e
Secolare, con l’ampio ventaglio del carisma contemplativo e
misericordioso.

6. Principessa e penitente misericordiosa

6.1.     L’aspetto che emerge di più nella vita di Elisabetta è quello della
misericordia, come già abbiamo menzionato. Nelle vetrate della sua
monumentale basilica a Marburgo (Germania) la Santa è rappresentata
mentre esercita le opere di misericordia. Marburgo è la città della sua
vedovanza dove esercitò con impegno pieno la misericordia e dove
morì. La misericordia caratterizza anche il carisma di tutto il Terzo
Ordine Francescano lungo la storia. Non si può capire né Santa
Elisabetta né l’Ordine francescano della penitenza senza il servitium
caritatis
.
     Benedetto XVI ci ha ricordato che l’amore, più che un
“comandamento”, è la risposta al dono dell’amore con il quale Dio ci
viene incontro. Il servizio dell’amore è fondamentale nella Chiesa e in
tutta la vita evangelica. «Sempre ci sarà la sofferenza che abbisogna di
consolazione e d’aiuto. Sempre ci sarà la solitudine. Sempre ci saranno
le situazioni materiali bisognose nelle quali è indispensabile un aiuto
che mostri un amore concreto al prossimo» (DC 28b).
     La breve vita di Elisabetta è densa di servizio amorevole, di gioia
e sofferenza. Il grido dei poveri, dei malati, degli emarginati saliva fino
alla vetta del castello di Wartburg e risuonava ogni volta con più forza
nel cuore di Elisabetta, quando era ancora la grande principessa.
L’ambiente che si respirava nella corte era inficiato di invidie e di
ambizioni, di guerre e conquiste, di lusso e spreco. La generosità di
Elisabetta e il suo rapporto con i bisognosi provocavano scandalo.
Molti vassalli la consideravano pazza. Nel suo ambiente, a causa delle
continue incomprensioni, Elisabetta visse come crocifissa: crocifissa tra
la società alla quale apparteneva e fra quelli che non conoscevano la
misericordia.
     Nel pieno esercizio del suo potere, quando era ancora
principessa, in assenza del marito, Elisabetta – come abbiamo
accennato – dovette affrontare la calamità di una carestia generale, che
gettò il paese nella fame. Non esitò a vuotare i granai della contea e dei
possedimenti dello sposo per soccorrere i bisognosi. Vendette vestiti e
gioielli, fornì attrezzi a coloro che potevano lavorare. Dimostrò che si
intendeva anche di economia e sapeva che era meglio avere in mano
una canna da pesca anziché un pesce. Ritornato a casa, il marito non la
rimproverò perché conosceva bene il cuore della sua sposa e ne
condivideva gli ideali di solidarietà.

6.2.     Elisabetta non apparteneva alla categoria di persone che
distribuiscono le responsabilità per liberarsene. Serviva personalmente i
derelitti, i poveri, i malati dell’ospedale e quelli che erano nelle case e
nelle strade. Lei stessa si sporcava le mani. La sua carità era concreta e
non di sole parole. Leggendo le fonti originali abbiamo modo di
contemplarla come sospinta da una energia superiore, dalla imperiosa
necessità di amare, di operare il bene e di farsi dono.
     La sua dedizione ai bisognosi appare come un gesto naturale,
senza sforzo. In realtà non fu così. Le costava molto familiarizzare con
la miseria e con le piaghe della società, penetrare nei tuguri
maleodoranti, lavare e fasciare le ferite, curare i bambini abbandonati...
Ebbe cura dei lebbrosi, rifiutati dalla società, come aveva fatto
Francesco di Assisi. Corrado ingenuamente confessa che non sapeva
dove Elisabetta aveva imparato l’arte di guarire. Forse egli non capì mai
che il cuore è il grande maestro della vita. Giorno dopo giorno, ora
dopo ora, povero dopo povero, Elisabetta visse e spese la misericordia
di Dio nel fiume del dolore e della miseria che l’avvolgeva.
     Negli assetati, affamati, malati, lebbrosi e disgraziati, Elisabetta
vedeva Cristo (Mt 25, 40). Per lei, quel malato che fasciava e curava era
Cristo. Da lui prendeva la forza per vincere la ripugnanza naturale,
tanto che così arrivò a baciare le ferite purulente. Questa scoperta di
Cristo presente nel povero viene incarnata dal “leggendario miracolo”
del disabile nascosto nel letto matrimoniale. Quando il suo consorte
sollevò la coperta scoprì l’immagine di Cristo. Chi non ricorda
Francesco che, nel suo testamento, indica nell’abbraccio a un lebbroso
la decisione radicale per la vita di penitenza?

6.3.     In punto di morte Elisabetta dichiarò che tutto quello che ancora
le rimaneva apparteneva ai poveri, ad eccezione dell’abito di penitenza
con il quale voleva essere sepolta. Senza beni, senza possedimenti,
senza equipaggio, volò verso l’incontro con il Signore.
     Elisabetta non adoperò soltanto il cuore nelle sue opere di carità,
ma anche l’intelligenza. Sapeva che la carità istituzionalizzata è più
efficace e duratura. Quando era ancora vivo il suo consorte, fondò un
ospedale a Eisenach e poi un altro a Marburgo, l’opera prediletta della
sua vedovanza. Intuì che le persone sono gli strumenti che
condizionano il buon andamento delle opere di misericordia. A tale
proposito creò una istituzione religiosa con le sue amiche e ancelle
perché ne avessero cura. Ne abbiamo parlato sopra.
     Abbiamo accennato anche al suo lavoro. Operava con le proprie
mani: in cucina preparando i pasti; nel servizio agli indigenti ospitati;
puliva i piatti e allontanava le ancelle, quasi tutte di basso lignaggio,
quando queste glielo volevano impedire. Imparò a filare lana e a cucire
vestiti. Offriva sull’altare il denaro che guadagnava con il suo lavoro
manuale. Il conte Pavia, incaricato da suo padre per riportarsela in
Ungheria dopo la morte del marito Lodovico IV, dichiarò: «Mai si è
vista una figlia di re filare la lana».

7. Elisabetta contemplativa e santa

7.1.     La santità appare nella storia della Chiesa come una follia, la follia
della croce di cui ci parla l’apostolo Paolo. E quella di Elisabetta è una
vera pazzia. Una pazzia che i suoi cortigiani hanno interpretato come
una provocazione, ma che gli umili hanno potuto comprendere e
ammirare. Quali sono le caratteristiche della santità di Elisabetta?
Dov’è la sorgente da cui promana? Per stimolare la riflessione di
ognuno in occasione delle celebrazioni centenarie della nostra Santa e
dare una risposta a tale domanda, possiamo indicare alcuni riferimenti.
     Nella vita di Elisabetta brilla con singolare splendore la virtù della
carità. Proprio la carità costituisce il midollo della santità e del Vangelo.
Tutta la sua storia personale è un canto d’amore che si consuma nel
servizio e nell’abnegazione, nel seminare il bene. Ma l’amore
elisabettiano presenta anzitutto una dimensione verticale, viene
alimentato da un altro amore, dall’amore che procede da Dio e a lui si
eleva. È quell’amore che brucia la sua anima nelle due dimensioni,
come un giorno spiegò Gesù. Al termine del pellegrinaggio terreno,
l’esame finale della vita sarà sull’amore. Questa è la nota suprema della
sua santità.

7.2.     Se analizziamo le dichiarazioni dei testimoni immediati, delle sue
ancelle e compagne, veniamo a conoscere che Elisabetta volle vivere il
Vangelo “sine glossa”, in tutti i suoi aspetti spirituali e materiali, come
fece Francesco. Ella non lasciò niente scritto, ma numerosi passaggi
della sua vita possono soltanto capirsi dalla comprensione letterale del
Vangelo. La sua giornata è segnata dalla parola di Gesù fino alle ultime
conseguenze.
     — Se vuoi essere perfetto va’, vendi quello che hai, dàllo ai
poveri e seguimi. Non era questo quello che fecero Francesco e i suoi
primi compagni? Non fu il soccorrere e assistere i bisognosi la
preoccupazione principale di Elisabetta? (cf. Mt 19,21).
     — Chi ama suo padre, sua madre e i suoi figli più di me, non è
degno di me. E lei si separò anche dai suoi figli per non dare loro più
amore che agli sfortunati (cf. Mt 10,37).
     — Se qualcuno ti toglie il mantello, dàgli anche la tonaca (Mt 5,
41). Elisabetta non fu spodestata da suo cognato? Non rinunciò a ogni
cosa per gli altri? (cf. Lc 6,29).
     — Chi vuole salvare l’anima sua, la perderà. Ma chi perde la sua
anima per me la salverà. Perdere l’anima, non è sacrificare la propria
volontà? Cosa ha fatto Elisabetta se non sacrificare la sua volontà fin
da bambina? (cf. Mc 8,35),
     — Dio vuole compassione e non sacrifici. Ma ambedue queste
cose Elisabetta le ha offerte a Dio (cf. Mt 9,13).
     — Chi accoglie uno di questi bambini per amore mio, accoglie
me (cf. Mc 9, 37). Sembra che Elisabetta volesse avere sempre accanto
a sé un bambino o una bambina per sperimentare questa presenza di
Gesù.

7.3.     Elisabetta fece della sua vita una sequela di Gesú che «passò
facendo il bene». Coniugò insieme la vita attiva e quella contemplativa:
«Mariam induit, Martham non exuit», si rivestì di Maria senza spogliarsi
di Marta. L’ardente forza interiore di Elisabetta sgorgava dal suo
contatto con Dio. La sua preghiera era intensa, continua, alle volte,
fino al rapimento dell’estasi. La coscienza costante della presenza del
Signore era la sorgente della sua forza, della sua gioia, del donarsi
continuamente ai poveri. Sapeva a chi affidarsi. Ma anche l’incontro di
Cristo nei poveri stimolava la sua fede e la sua preghiera.
     Di solito Elisabetta pregava in ginocchio. «Quando usciva dalla
preghiera, il suo volto irradiava un meraviglioso splendore e dai suoi
occhi uscivano come raggi di sole». Le ancelle-sorelle la sorpresero in
una estasi mistica, durante la quale Elisabetta esclamava: «Se tu,
Signore, vuoi restare con me, io starò con te e mai voglio separarmi da
te».

7.4.     Il suo pellegrinaggio verso Dio è segnato da passi decisi e
sorprendenti, da distacco interiore fino ad arrivare alla totale
spoliazione, come Cristo sulla croce. Si distaccò dalla sua vita di corte e
dal suo focolare a Wartburg; dalla sua condizione di principessa, dai
privilegi, dai beni e dalle sicurezze; dalla sua buona reputazione davanti
a quelli che l’accusavano e diffamavano. Rinunciò pure al suo amore
materno per i suoi figli. Alla fine della vita non ritenne altro che la
tonaca grigia e povera che volle conservare come simbolo e veste
mortuaria.
     Destano meraviglia le dichiarazioni delle ancelle sulla gioia e sulla
pace che illuminavano le giornate di Elisabetta. Il suo volto splendeva
di gioia e di pace. Il profondo della sua anima era il regno della pace.
Elisabetta visse realmente la perfetta letizia, insegnata da Francesco, nella
tribolazione, nella solitudine e nel dolore. Sopportò con pazienza e con
gioia gli insulti dei magnati che la deridevano come stupida e pazza. La
rimproveravano che avesse dimenticato molto presto la morte del
marito e perché si rallegrava per quello che avrebbe dovuto rattristarla.
     «Dobbiamo rendere gli uomini felici», diceva alle ancelle-sorelle.
Era gioiosa in modo straordinario, anche se, alle volte, lacrime furtive
solcavano il suo volto.

8. Conclusione

     Elisabetta morì giovane, all’età di 24 anni. Consegnò
placidamente il suo spirito a Dio in compagnia delle amate consorelle.
Passò da questa vita come una meteora luminosa e colma di speranze.
Consumò in fretta tutte le sue energie e le grazie che Dio le aveva
affidato. Accese la luce nel buio di tante anime. Portò la gioia ai cuori
afflitti. Nessuno potrà contare le lacrime che asciugò, le ferite che
fasciò, l’amore che seppe risvegliare.
     Elisabetta è uno specchio di perfezione nel quale si possono
guardare gli sposati, le vedove, le nubili e i penitenti. La sua santità è un
esempio universale per laici e religiosi. Prima fu secolare. La sua santità
fu una novità ricca di sfumature e di eminenti virtù, come ribadì il papa
nella bolla di canonizzazione. Non erano soltanto i martiri e le vergini
ad avere accesso all’intimità dell’amore di Dio ed essere elevati agli
onori degli altari, ma anche le spose, le madri e le vedove. I miracoli
che si raccontarono dopo la sua morte meravigliano. Ma il successo più
grande della sua vita fu l’aver fatto vibrare tutte le corde dell’amore del
suo cuore come se fosse la cosa più naturale e più semplice.
     Le sue compagne furono “ancelle”, ma poi divennero autentiche
religiose come lei. Anzitutto Elisabetta percorse il cammino della
perfezione dell’amore cristiano come fedele secolare, sposa e madre.
Ma, dopo la professione, non fu più una semplice laica, perché
consacrò la sua vita pienamente a Dio per sollevare gli uomini dalla
miseria umana.
     Il Terzo Ordine Regolare di San Francesco e l’Ordine
Francescano Secolare nell’ottavo centenario della sua nascita si
propongono di ravvivare la memoria della santa patrona e desiderano
proporla come luce e modello nell’impegno evangelico. La famiglia
francescana vuole onorare la prima donna che raggiunse la santità
seguendo le orme di Cristo secondo la “forma vitae” di Francesco di
Assisi. Elisabetta fu la donna che si esprorpriò di se stessa per rivestirsi
di Cristo.
     Se evochiamo la sua nascita, la sua personalità singolare e la sua
sensibilità è perché, attraverso la conoscenza e l’ammirazione, anche
noi diventiamo strumenti di pace e impariamo a versare un po’ di
balsamo nelle ferite degli emarginati del nostro tempo, a umanizzare il
nostro ambiente e asciugare alcune lacrime. Versiamo le energie del
nostro cuore dove manca la misericordia del Padre. La vita coraggiosa
di Elisabetta diventi un grande messaggio per stimolare il nostro
impegno. Il suo esempio e la sua intercessione continueranno a gettare
luce sul nostro cammino verso il Padre, fonte di tutto l’amore, il Bene,
tutto il Bene, il sommo Bene, gioia e pace.

Fr. Ilija Živkovic, TOR
Ministro Generale
Encarnación Del Pozo, OSF
Ministro Generale
Sr. Anisia Schneider, OSF
Presidente CFI – TOR
 
FONTI PRINCIPALI


1. Corrado di Marburgo, Epistola, detta anche Summa Vitae (Sintesi
biografica); questa lettera al papa è la prima fonte (EC).
2. Libellus de dictis quatuor ancillarum (piccolo libro delle
testimonianze delle quattro ancelle) (L).
3. Bertoldo, cappellano, monaco benedettino, Vita Ludovici [La vita
di Lodovico] (VL).
4. Cesareo di Heisterbach, cistercense, Vita sancte Elysabeth lantgravie
[Vita di Santa Elisabetta langravia], scritta nel 1236.
5. Anonimo di Zwettl, monaco cistercense, Vita Sanctae Elisabeth,
Landgravie Thuringiae [Vita di Santa Elisabetta, langravia di
Turingia], Austria, 1236.
6. Anonimo Francescano, Vita beatae Elisabeth [Vita di Santa
Elisabetta] data incerta, fine del secolo XIII.
7. Dietrich di Apolda, domenicano, Vita S. Elisabeth, tra 1289 e
1291.
8. Benedetto XVI, Deus caritas est (DC)
 


 Evento
 
date | dal 17 novembre 2006
al 17 novembre 2007



 Sommario


 

Santa Elisabetta - Roma, Basilica Ss. Cosma e Damiano, tela di M. Perazzi (1900), scuola dei Nazareni: Carità di S. Elisabetta d'Ungheria.

 

Formella del reliquiario di bronzo dorato con Santa Elisabetta che distribuisce
elemosine, cinta di corda francescana
(Manufatto del 1240 ca.)

 

Penitentia Coronat

 

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